Gaetano guarda l’orizzonte mentre corre oltre le nuvole. Ripensa a un ragazzo in una bottega a Cernusco, nella testa solo la voglia di tirare calci al pallone. Ricorda le prime partite, l’oratorio, i campi di terra e polvere. La Serenissima, l’Atalanta e poi la Juve. I successi, la fama, la tristezza per la notte dell’Heysel, la gloria per la coppa del mondo nella notte calda di Madrid.

scirea

Gaetano ricorda la gioia, non per i successi, le partite e i tifosi impazziti; ma per Mariella, per Riccardo, per quelle giornate che ritorni all’oratorio, e tutti che cercano il divo, il campione, che chiedono come ci si sente. E tu ti senti solo Gaetano, il ragazzo silenzioso e buono della bottega di Cernusco che sognava il pallone dell’oratorio.

Poi, quando meno te l’aspetti, quel giorno di settembre in Polonia. Un sorpasso azzardato e la Fiat 125 che diventa una bara di fuoco. Gaetano ripensa all’urlo di Marco. No, non quello della notte del trionfo di Madrid, ma quell’altro di una sera in diretta alla Domenica Sportiva quando gli dicono che “è morto Scirea”. Ricorda il pianto di Dino, e quell’amicizia di sguardi e silenzi; perché per l’essenziale le parole non servono.

Gaetano guarda l’orizzonte mentre corre oltre le nuvole, con un pallone di luce sotto il braccio. Libero, perché lui era un libero; uno che tutti cercano ma nessuno riesce davvero a trovare. Tranne forse quella volta che un ragazzino, sbucando dalla strada polverosa, gli chiede l’autografo dicendo: “Da grande vorrei essere come lei”. E Gaetano, mentre scrive sul foglio, risponde: “Divertiti, impegnati e gioca sempre correttamente”. Gaetano rivede quel bambino con un pallone sotto il braccio e l’autografo in mano, e adesso sa che quel bambino si chiama Alessandro. Alessandro del Piero.

E allora, mentre corre dietro ad un pallone di luce tra le nuvole verso Giacinto che lo sta aspettando, Gaetano sorride.

“Cercando Scirea”, è un bel libro di Gianluca Iovine che ricorda un campione di semplicità. Un uomo silenzioso, un vero umile in un mondo di finti umili, che divenne grande, forse il più grande di tutti. Un vero buono in un mondo di finti buoni, di furbi e di prepotenti: mai un espulsione, una squalifica, un grido. Uno che, come ha detto Vargas Llosa, “sul campo è un insegnamento per tutti, anche per chi scrive libri. Perché rendere semplici le cose che a tutti sembrano difficili è una lezione”.

Pubblicato (anche) su Giornalettismo

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