Un uomo è seduto su una panchina della stazione. Sta aspettando il treno. Un treno che tarda ad arrivare. Doveva partire da Bologna alle 10 e 25. Ma non si è visto, non si vede. Quell’uomo è lì ed aspetta.

Aspetta sua moglie e sua figlia, che tornano da una vacanza. Chissà quante cose dovranno raccontare. L’uomo aspetta in silenzio. Devono aver preso il treno da Bologna alle 10 e 25. Ma quel treno non arriva, è in ritardo. Un ritardo lungo 33 anni. Un treno che si è perso dietro una lunga scia di sangue, da Piazza Fontana all’Italicus, da Piazza della Loggia a Ustica.

33 anni di silenzi, di omertà, di domande senza risposta. Quell’uomo è seduto, aspetta invano un treno da Bologna che non arriverà, aspetta sua moglie e sua figlia. Una moglie che non gli invecchierà accanto, una figlia che non vedrà crescere.

Qull’uomo è seduto su una panchina della stazione ed aspetta. Aspetta almeno una risposta alle sue domande, che rimbalzano su un muro di gomma lungo 33 anni. Aspetta da troppo tempo.

E siamo stanchi di aspettare.

Pubblicato (anche) su Giornalettismo

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