Cantava Giorgio Gaber “Ma cos’è la destra, cos’è la sinistra”. In questi tempi sembra sempre più difficile dirlo, a prescindere da cosa ne pensi De Gregori. Una volta era più facile: da una parte i padroni, dall’altra i lavoratori; di là i ricchi e di qua i poveri. Ma passano gli anni e cambiano le bandiere e tutto si confonde. Adesso poi, con le “larghe intese” tutto si fa più difficile.

Il discrimine non può essere la legalità: solo in un Paese malato come il nostro la legalità non è un valore condiviso, purtroppo. Norberto Bobbio ci provò usando l’uguaglianza: buona idea, ma a pensarci bene è un discrimine debole. Perché a parole sono tutti contro la disuguaglianza, come sono tutti contro la guerra. Ma allora, cos’è la sinistra, se questa parola ha un senso?

Non lo è quella di chi oggi si nasconde dietro i simulacri e le bandiere che furono, cioè molti di coloro che se ne riempiono la bocca stando avvinghiati ai loro apparati, governi e sottogoverni di ogni luogo. Non lo è quella della stabilità necessaria da larghe intese, a prescindere dalla presentabilità o meno dell’alleato. Non lo è quella di chi urla sotto un padrone, in movimenti dove è palese che non è vero che “uno vale uno”, perché è evidente invece che “voi non siete un cazzo”. Ma allora, cos’è oggi la sinistra, o “di sinistra”?

La sinistra è il posto di chi vuole cambiare il mondo. Facendo cose, sporcandosi le mani. La cosa più di sinistra che si è sentita di recente è la voce di un uomo vestito di bianco, Jorge Bergoglio, che a Rio de Janeiro ha detto che è meglio “hacer lio”, far casino. Non chiudersi nei propri recinti ma “disturbare”, farsi valere, “uscire fuori, per strada”. Proprio come avrebbe detto ancora Gaber: “C’è solo la strada su cui puoi contare, la strada è l’unica salvezza.”

Se la sinistra non è cambiamento, non ha senso che esista. A conservare, ci pensa benissimo la destra.

Pubblicato (anche) su Giornalettismo

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