Ieri Confcommercio e Centro Europa Ricerche hanno pubblicato uno studio che vuole dimostrare l’applicazione distorta del federalismo fiscale in Italia: anziché compensare “virtuosamente ” entrate e spese tra livelli nazionale e locale, esso si sarebbe risolto in una duplicazione perniciosa di spese ed entrate. E’ vero?

Si, ma no. Perché è vero che le entrate fiscali locali sono aumentate tanto, così come che le spese correnti locali sono cresciute. Ma questo è normale: il federalismo proprio in questo consiste. Ma lo studio dice: ma anche la spesa nazionale è aumentata, tant’è vero che la spesa corrente totale (nazionale più locale) dai 412,6 miliardi di euro del 1992 è passata ai 753,3 miliardi del 2012, un aumento dell’82,5 per cento. Che spreco, che inefficenza.

Un momento: prima di tutto, sarebbe bene scorporare da questi conti la spesa pensionistica; che è aumentata, e molto, per ragioni che con il federalismo non hanno nulla a che vedere. E lo studio non lo ha fatto. Poi, va ricordato che questi numeri hanno poco senso se non li agganciamo al Pil e al suo andamento. Rifacciamo i conti.

Nel 1992 il totale della spesa corrente nazionale era di 412,6 miliardi di euro; il Pil italiano è stato di 809,6 miliardi: la spesa corrente era il 50,9% del Pil. Nel 2012, la spesa corrente è stata pari a 753,3 miliardi, il Pil valeva 1.565,9 miliardi di euro: la spesa corrente si è ridotta al 48% del Pil. Nessun aumento, anzi.

Consideriamo solo la spesa corrente nazionale: nel 1992, tolta la spesa previdenziale, era 224,9 miliardi, il 27,8 per cento del Pil. Nel 2012 è stata pari a 343,5 miliardi di euro, il 21,9 per cento del Pil: dunque in rapporto al Pil si è ridotta, e non di poco.

Ci sono molti motivi per criticare l’attuazione del federalismo fiscale, un’occasione mancata del nostro Paese. Ma facciamolo facendo bene i conti, anziché sparare titoli a dieci colonne.

Per amore della decenza, oltre che per quello per la verità.

Pubblicato (anche) su Giornalettismo

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