Era tanto tanto tempo fa. Un’altra epoca: il telefonino non esisteva, internet non esisteva, la globalizzazione era un discorso per iniziati; esisteva ancora la cortina di ferro, l’impero del male. Eravamo usciti dagli anni di piombo, e non ce la passavamo bene. Poi, arrivò quella sera di luglio.

Come spesso ci capita, sembravamo un ranocchio e diventammo un principe: se ne accorse anche il Brasile, forse la squadra più forte che mi è capitato di veder giocare. Quella sera calda me la ricorderò sempre. Sarà che avevo vent’anni, sarà che avevo voglia di diventare grande, sarà che boh.

Ho visto rivincere un altro mondiale di calcio, che non è niente di che, perché le cose importanti sono altre, figuriamoci! Ma non scorderò mai l’urlo di Tardelli. Fu un urlo che fece uscire l’Italia dagli anni più brutti della nostra vita, che sembra incredibile ma quelli di oggi son quasi peggio di quelli.

Ecco, adesso servirebbe quell’urlo. Per ricordare che non è mai finita, che non si è mai battuti in partenza, che tutto può sempre cambiare: una cosa stupida, come una partita di pallone, o una cosa seria, come la nostra vita. Pochi mesi dopo, in un’Italia che sembrò improvvisamente risorgere, anche la mia cambiò.

Sarebbe bello che ci fossero 60 milioni di Tardelli, uno di questi giorni.

Pubblicato (anche) su Giornalettismo

Annunci