Un autorevole esponente del governo che ci ha regalato il prossimo aumento dell’Iva (governo Berlusconi, Ministro Giulio Tremonti) ha detto, giustificando i tagli che quel governo faceva al Ministero del Beni Culturali, che con la cultura non si mangia. Un altro autorevole esponente di quello stesso governo (Renato Brunetta) ha detto e dice che il rilancio dell’edilizia (più case, più capannoni, più cemento) è l’unico modo per far ripartire l’Italia.

Sarà anche vero, ma secondo un recente studio indagine l’economia della cultura (industrie culturali, industrie creative, patrimonio artistico e monumentale e performing ed arti visive) vale oltre il 5 per cento del Pil, circa 80 miliardi di euro, ed occupa circa 1,4 milioni di persone. Allargando l’orizzonte all’intera “filiera della cultura”, settori come il turismo legato alle città d’arte, il valore aggiunto prodotto schizza attorno al 15 per cento dell’economia nazionale. Non male: tutta la manifattura vale circa il 18 per cento del Pil. E la cultura “tira” anche in tempi di crisi. Nonostante in Italia si spenda molto meno che altrove per la cultura.

Il rilancio dell’Italia potrebbe passare anche per la cultura. Tutelando e valorizzando il tanto bello che abbiamo intorno, evitando di devastare il territorio, investendo e modernizzando i nostri beni culturali, dando fiato alla nostra industria culturale e creativa, che già da sola compete alla grande.

Perché l’intreccio tra cultura e bellezza, tra vivere bene e stare bene, al di là degli stereotipi, è uno dei tratti caratteristici dell’Italia, difficili da imitare. E quando l’Italia fa l’Italia, nonostante i suoi diecimila difetti, sui mercati internazionali vince.

Mangiando pane e cultura, saremmo un Paese migliore. E anche più ricco. Ogni tanto, ricordiamocelo. E spieghiamolo anche a Tremonti e Brunetta.

Pubblicato (anche) su Giornalettismo

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