Silvio Berlusconi, mister spread 585, quello del “chi se ne frega se sfondiamo il tetto del 3 per cento tra deficit e Pil”, sicuramente ieri sera ha canticchiato una canzoncina tipo questa, pensando al crollo delle borse di ieri. E, probabilmente, tutti quelli che non hanno investimenti in titoli o fondi – e sono la stragrande maggioranza di noi, inclusi i 36 piccoli lettori di questo spazio – avranno fatto altrettanto.

Purtroppo, sia Silvio che la stragrande maggioranza degli italiani che se ne fregano della borsa, dello spread e del deficit hanno torto. Perché i crolli sono sì dovuti alle solite oscillazioni della speculazione, ma anche alla certezza che la Banca centrale americana sta per chiudere la stagione del “denaro facile”. E dunque dei tassi d’interesse sotto zero.

E’ facile capire che per chi è indebitato – e l’Italia lo è, uno dei Paesi più indebitati del mondo – la fine della lunghissima stagione dei tassi sotto zero non è un problema: è un dramma. Un aumento dei tassi d’interesse – che significa, anche a parità di “spread”, la necessità di pagare più caro il debito che comunque saremo costretti a fare nei prossimi anni – vuole dire più fabbisogno. Quindi, più tasse (o meno spese).

Per un Paese allo stremo, che avrebbe bisogno di tempo per riprendersi, di un allentamento della stretta fiscale, potrebbe essere il colpo di grazia. Anziché pensare ad un ritorno della finanza allegra, tentazione bipartisan (e anche 5stellata) bisognerebbe finalmente decidersi a pensare a come salvare l’Italia.

Campa cavallo, che l’erba (non) cresce.

Pubblicato (anche) su Giornalettismo

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