E’ da tanto che vago sotto questo colle. Ricordo che una volta qui c’era una siepe, ed io mi sedevo e ammiravo in lontananza il dolce paesaggio dei campi coltivati, dei monti e delle colline, una macchia verde e gialla sotto il cielo azzurro. Era bello, ricordo, guardare l’orizzonte, il silenzio rotto solo dalle fronde accarezzate dal vento, e riflettere sul mondo, la vita, il tempo, l’infinito . Quanto tempo, quanti anni. Forse secoli.

Adesso intorno ci sono chiazze messe a caso. Sono grigie e fucsia e nere: le chiamano strade, capannoni, palazzi. Non c’è silenzio intorno ma un caotico rumore di fondo: le chiamano auto, moto, clacson, televisori. A volte sono così assordanti che davvero il cor mi si spaura. La sera si fa persino fatica a vedere le stelle.

La gente non muore più di fame, di stenti: la chiamano economia, o benessere, anche se da qualche anno sento parlare solo di crisi. Ma questi ammassi di vetro e cemento hanno smacchiato il cielo, che sembra meno azzurro, più grigio, più spento. Questi rumori soffocano il sibilare del vento. L’infinito sembra davvero sparito, ben oltre l’orizzonte, al di là di quel mare che a pochi chilometri s’infrange sulla terra assolata.

E’ bello vivere in questi tempi in cui non si muore a 39 anni per malattie da poco. In cui c’è cibo, acqua, e qualche svago. Però nessuno ammira più il paesaggio, l’infinito, il sole. Stanno tutti a guardare a un palmo dal loro naso quegli attrezzi che chiamano smartphone. Come disse uno che aveva capito tutto, bisogna capire che non sempre “sviluppo” vuol dire “progresso”.

Ma forse io sono fuori dal tempo, un piccolo poeta morto troppo presto che sprecava la vita a guardare da un Colle e sognare l’infinito, per allontanarsi dal mondo. Ma penso, come ha detto da poco qualcuno, che per ridare slancio a questa Italia stuprata dal cemento non basterà far ripartire l’economia, “perché senza cultura, senza il bello, si spengono le luci, non s’immagina più niente, ci si allontana dal mondo e si muore di tristezza”.

Ciao a tutti. Torno al mio dolce naufragar in questo mare.

Giacomo Leopardi

Pubblicato (anche) su Giornalettismo

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