Piazza dei Frutti, Padova, 7 giugno 1984. E’ una bella serata, ed Enrico sale sul palco. Sono tanti anni che gira l’Italia. E’ una cosa che lo appassiona, ma è anche molto dura. Quella sera l’aria è fresca, ma Enrico si sente strano. E’ stanco, molto stanco. Però sa che tanta gente è lì per lui, lo aspetta. E allora, anche se avrebbe voglia di sdraiarsi su un letto, di dormire qualche ora, sale sul palco. La folla applaude, grida, lo incoraggia. Enrico inizia a parlare. La testa ronza e fa sempre più male. Ma lui continua.
Parla, parla, e gli tornano in mente, i visi, le voci, le vittorie, le sconfitte. Le piccole gioie della vita quotidiana, gli amori e le amicizie, gli uomini e le donne, le tante battaglie per un mondo da cambiare. Gente semplice e gente famosa, impiegati, operai, attori e scrittori. Gli tornano in mente i ricordi. Come quella volta che a Mosca, era il 1969, si rifiutò di firmare la relazione finale predisposta dai “fraterni amici” dell’Unione sovietica. O come quella volta, nel 1976, che il sogno sembrava tanto vicino, quasi si poteva toccare. E quella terribile primavera del 1978, quando quell’uomo fu rapito e poi ucciso, e il sogno si allontanò, perso nell’orizzonte. La luce è fioca, ma gli fanno male gli occhi. Barcolla.
Qualcuno gli dice di smettere, ma lui non si vuole fermare. Enrico non si può fermare, perché c’è ancora tanta strada da fare, tante ingiustizie contro cui lottare. Ci sono quelli che pensano che un uomo può morire senza un lavoro, o senza il pane. Che non c’è niente di male a intascare qualche soldo di nascosto “per le piccole spese”, che si può vendere l’anima per un po’ di gloria, o di denaro o di potere. La sua voce risuona nella piazza con un’eco strana. Ma Enrico non si ferma. Ricorda le tante amarezze, quei figli che crescono e non li riesci mai a vedere, la vita che ti corre accanto e non la puoi fermare, la stanca amarezza per un mondo da cambiare ma che non si riesce a cambiare. La testa gira sempre più forte.
Enrico ha finito. Smette di parlare, si volta, la gente grida e batte le mani. L’ospedale, e l’attesa di attimi che sembrano senza fine, fino all’11 giugno 1984. E’ un giorno tiepido. Enrico è nella stanza, dorme un sonno senza più sogni. All’improvviso scende un buio freddo. Una notte lunga, senza fine. E passano i mesi, gli anni. Il mondo cambia, corre sempre più forte. Cambiano visi, voci, bandiere, tutto cambia.
Ora tutti ricordano come merita  quell’uomo dal sorriso mite, dagli occhi buoni, che voleva cambiare l’Italia, il mondo e la vita. E anche se adesso quel sorriso si è spento, anche se non tutto era bello o giusto neanche allora, restano sempre nell’infinito scorrere delle cose del mondo, la voglia e il bisogno di cambiare. Perché anche se tutto è diverso, tutto resta uguale. Le stesse ingiustizie, le stesse speranze, lo stesso dolore e la stesso sogno. E anche se adesso uomini piccoli e senza spessore hanno disperso nel vento tutto quello di buono che c’era allora, caro Enrico, sappiamo tutti che là fuori c’è il mondo ad aspettare.
Un mondo bellissimo pieno di cose orribili, un mondo carico d’odio e gonfio d’amore. Un mondo pieno di donne e di uomini stanchi e tristi, che ha bisogno di tutti gli uomini e di tutte le donne che hanno ancora voglia di cambiare. Quelli che si portano addosso, ora come allora, quella stessa voglia di volare, quello stesso sogno. Lo slancio di andare oltre il confine della stanchezza quotidiana, un infinito ed inesauribile desiderio di cambiare le cose. Di cambiare davvero la vita. Enrico non c’è più, il sogno si è rattrappito. Ma la vita non si ferma. E non è mai finita, fino all’ultimo giorno, fino all’ultimo istante.

Buon tutto!

Compagni, lavorate tutti, casa per casa, strada per strada, azienda per azienda”  (E. Berlinguer, Padova, 7 giugno 1984)

Qualcuno era comunista perché Berlinguer era un brava persona  (G. Gaber)

Annunci