L’Italia è un Paese indebitato pieno di ricchi. Sono cifre note, ma vale la pena ricordarle: al netto di debiti pubblici e privati, la ricchezza delle famiglie italiane è di 8.600 miliardi di euro, sei volte il Pil italiano, una delle più alte dei paesi del G7. Le abitazioni valgono circa 6mila miliardi, 1.200 miliardi sono “liquidità” (circolante e depositi), il resto è fatto di partecipazioni azionarie e fondi di investimento.

Una ricchezza sconfinata. Che giace lì, morta, mentre l’Italia affonda e per tenere i conti in ordine è costretta a tassare i redditi dei lavoratori dipendenti e quelli di imprenditori, commercianti, liberi professionisti onesti. O i consumi, deprimendo la già debole domanda interna.

In un paese normale, una riflessione su un’imposta sulla ricchezza, una patrimoniale insomma,  sarebbe normale: se proprio si devono aggiustare i conti per via fiscale, meglio prelevare dove c’è da prendere che dove si è già spremuto. Invece, niente: l’argomento è tabù. Anzi, uno dei due grandi partiti che reggono la strana maggioranza di governo fa dell’abolizione dell’unica imposta patrimoniale esistente una missione. E l’altro sostanzialmente sta zitto.

Se dovessimo andare in default – e potrebbe accadere, prima di quanto pensiamo – sapremo chi ringraziare.

Pubblicato (anche) su Giornalettismo

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