Anna guarda i gatti sui tetti di Roma, in un mattino di pioggia leggera e di noia moschina che scivola dietro il vetro. Dopo mesi passati al laboratorio assieme a Davide, un suo collega, da oggi è a casa. Perché solo uno dei due poteva essere assunto, e nella multinazionale dove faceva ricerca hanno preferito Davide. Non le hanno detto perché, ma lei lo sa: è per la sua pancia cresciuta in fretta, per il suo bambino in arrivo che adesso scalcia appoggiato al vetro della finestra.

Stefania è distesa sul letto, bellissima nei sui vent’anni; sembra che dorma. Sposata di fretta, oggi avrebbe dovuto essere sui banchi di scuola. Invece è morta, all’improvviso. Così come a volte si muore nel mondo. Se n’è andata così, come neve a contatto del sole. Non ce l’ha fatta Stefania, per un’emorragia, dopo il parto. Chissà se sua figlia riuscirà a crescere in un mondo meno disumano.

Federica entra in ufficio. La salutano tutti, è il capo. Tutti la invidiano, molti la detestano, alcuni (pochi) la denigrano, dicono che ha fatto carriera aprendo le gambe con il direttore. Non sanno la fatica, le notti passate davanti allo schermo azzurrino del Pc, le volte che con la morte nel cuore ha dovuto lasciare Andrea, il suo cucciolo, per una riunione, un impegno, una stronzata.

Michela è bella, intelligente, curiosa. Ama la vita all’aria aperta, chiacchierare con le amiche. Adora i bambini, specie Luca e Sara, i suoi gioielli. E’ seduta per terra nel salotto di casa, con la mascella spezzata e un occhio gonfio: oggi dopo pranzo Paolo, il padre dei suoi figli, l’ha picchiata. Sente le palpebre chiudersi e non sa, o forse non vuol capire. Pensa che domani sarà tutto diverso, che lui cambierà e diventerà gentile. Perché lei lo ama.

Storie di piccole donne, che ci corrono accanto, ma sempre con l’ansia e la fatica nel cuore. Il dover dimostrare, ogni giorno, di essere vive, di essere uguali. Come se non avessimo tutti, quelli in o e quelle in a, lo stesso cuore che batte, lo stesso dolore che cresce, le stesse lacrime quando la notte scende sulle nostre vite e le stesse risate quando risorge un pallido sole nel cuore.

Pensando a voi, piccole donne che illuminate i miei giorni, ricordo sempre Eugenio Montale. Che aveva capito che noi tutti di “questa” metà del cielo scendiamo “milioni di scale dandoti il braccio” “non già perché con quattr’occhi forse si vede di più”, ma perché tra noi “le sole vere pupille” sono le vostre.

Buona vita, a tutte.

Pubblicato (anche) su Giornalettismo

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