Piange il cielo in una mattina livida del ’72 a Milano. Un uomo è riverso sul selciato. Gli piaceva andare al cinema, amava il teatro. Ed era innamorato di Gemma e dei suoi figli. Alcuni lo chiamavano “sbirro”, altri lo chiamavano “Gigi”. E’ stato ammazzato sotto casa con due colpi di pistola alla nuca. Lo sapeva, dopo due anni di odio. Era un poliziotto, un commissario, odiato perché tutti lo credevano un torturatore, un assassino, quello che aveva ammazzato “Pino”.

Pinelli-Calabresi

Pino, il ferroviere. Pino, l’anarchico. Quello che in una notte del ’69 era caduto giù da una finestra della questura, durante un disumano interrogatorio mentre si faceva finta di cercare il colpevole per la strage di Piazza Fontana. Tutti se l’erano presa con “Gigi”, ma lui in quella stanza non c’era. Lui “Pino” non l’avrebbe mai potuto ammazzare.

Gigi era un poliziotto, uno duro, che credeva al suo mestiere. Ma “Pino” lo conosceva bene, lo sapeva che non poteva aver fatto niente di male. Si conoscevano, si stimavano, nonostante tutto. Si regalavano libri. E poi Gigi aveva sempre pensato che dietro il grande botto di Piazza Fontana ci fossero stati forse “manovali di sinistra, ma menti di destra”. E forse anche per questo lo Stato lo aveva lasciato solo, a combattere contro l’infamia.

Gigi l’hanno ammazzato dei sicari, ma prima l’ha ammazzato l’odio cieco di gente che aveva confuso la lotta per un mondo migliore con la guerra allo Stato democratico e ai suoi servitori. E l’hanno ammazzato anche quelli che tramavano nell’ombra, anche dentro lo Stato, e non volevano in mezzo uomini perbene che cercavano solo la verità.

Gigi Calabresi è morto. Pino Pinelli è morto. Come altri 351 morti, di quella lunga “notte della Repubblica” che conterà 2712 attentati terroristici, 768 feriti, migliaia di giovani processati e condannati per partecipazione a banda armata.

Mi piace pensare che si scambino dei libri, da qualche parte dell’universo.

Come piange ancora il cielo.

Pubblicato (anche) su Giornalettismo

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