La lettura della situazione politica italiana sembra facile. Se si esclude la “variabile CasalGrillo”, c’è uno schieramento in gran spolvero, il centrodestra; e uno moribondo, se non già morto, il centrosinistra. Un partito in coma (irreversibile?): il Pd. E uno che scoppia di salute: il Pdl. Certo, se guardiamo alla cronaca spicciola dell’oggi, non fa una piega. Ma è proprio così?

Alziamo lo sguardo. Il Pd è in preda a convulsioni forse mortali, ma in quello schieramento ci sono forze ed energia “nuove” (Renzi e Barca, ma non solo) pronte a raccogliere un enorme bacino di voti che non aspetta che un qualche leader meno imbecille di quelli che ha avuto negli ultimi vent’anni. E, in base al calcolo delle probabilità, è molto facile che ciò accada.

Il Pdl invece è totalmente Silvio-dipendente: il suo leader carismatico, che ne tiene insieme le mille anime in lotta tra loro, ha quasi ottant’anni e per quanti sforzi farà verrà prima o poi condannato in via definitiva per reati politicamente gravi (Mediaset) o infamanti (Ruby). Non può, e sicuramente non vuole, farsi da parte. Impedendo così la crescita di un successore.

Mi sbaglierò, ma – a dispetto dei sondaggi – se il Pd piange, il Pdl ha poco da ridere.

Pubblicato (anche) su Giornalettismo

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