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Ma che bello spettacolo sta dando il PD! Veltroni contro Bersani, Bindi contro Bersani, D’Alema contro Bersani (ma non troppo). E poi Renzi contro Bersani, Renzi contro Finocchiaro, Renzi contro Marini. E allora Finocchiaro contro Renzi, Marini contro Renzi. E poi tutti contro Prodi, tutti contro tutti. Roba che neanche ai tempi delle correnti Democristiane si era vista.

Come finirà, è difficile dirlo. Magari, per quel curioso fenomeno che è l’eterogenesi dei fini, succederà che verrà eletto un eccellente Presidente della Repubblica, senza inciuci perniciosi con Berlusconi, senza compromessi al ribasso con Monti, senza le poco dignitose richieste di soccorso a CasalGrillo.

L’unica cosa su cui è difficile scommettere, ed è una considerazione amarissima, è che il PD trovi la forza di scegliere un suo candidato, senza sbranarsi.: una persona onesta, limpida, autorevole, conosciuta all’estero, difficilmente contestabile. Il PD ne avrebbe molti da proporre. Ma il PD, c’è da scommetterci, non lo farà, perché sarebbe contro il vero significato della sigla PD.

Il Partito Disintegrato.

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Se chiudono le imprese muore il Paese. E’ questo il messaggio che abbiamo ascoltato a Torino durante il convegno della Piccola industria. E’ un’affermazione su cui non si può non essere d’accordo. La colpa, manco a dirlo, è dei politici. Il Presidente della Confindustria Squinzi ha imputato a loro tutte le colpe: in 50 giorni, per colpa dello stallo, abbiamo perso un punto di Pil.

Se chiudono le imprese muore il Paese. Affermazione giusta. Ma è vera? No: perché è vero che, purtroppo, tantissime imprese stanno chiudendo. Ma, fortunatamente, sono più numerose quelle che aprono: anche nel 2012, un anno davvero terribile per l’economia italiana, l’Unioncamere ha registrato 383.883 nascite di nuove imprese a fronte di 364.972 cessazioni.

Ma allora, dov’è il problema? Il problema è che le imprese italiane sono troppo piccole e poco “imprenditoriali”. Malate, com’è spiegato qui, di una malattia che ammorba l’intero Paese: il familismo. Servono imprese più imprese, imprenditori più imprenditori. La colpa, manco a dirlo, è dei politici.

Ma forse anche gli imprenditori non sono del tutto innocenti.

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Ma che grande idea ha avuto Berlusconi! Mandare Pierluigi Bersani, il principale ostacolo al governissimo, al Quirinale. Certo che Silvio è strano: per anni ci ha martellato gli zebedei sui comunisti che sono sempre gli stessi, mangiano i bambini e bevono il sangue, e adesso vuole a tutti i costi un governo assieme a Bersani. Anzi, se quello proprio non ci sta, lo vuole sette anni al Quirinale.

Siamo ormai alla commedia dell’arte. E il bello è che tutto questo avviene mentre continuano le litanie sulla “stabilità”, mentre Napolitano esala gli ultimi respiri al Quirinale, Grillo s’inventa l’ennesima buffonata delle quirinarie, trasparenti come le fogne di Calcutta, e il Pd fa l’unica cosa che sa fare: spaccarsi, autodistruggersi, farsi del male; senza farci mancare lo straordinario spettacolo del rottamatore e del rottamato (ma siamo sicuri?) che s’incontrano beatamente a Firenze.

Mentre l’Italia è da mesi senza governo, non ci sono soldi da maggio per la cassa integrazione, occorre decidere a breve come spendere le risorse della nuova programmazione comunitaria (unici soldi freschi fino al 2020 per fare sviluppo economico), la danza prosegue e durerà ancora per un po’.

Al Quirinale, un nome solo è al comando, l’unico in grado di rappresentare l’unità nazionale, lo spirito italiano in questo amaro crepuscolo 2013. Sostenetelo nella piazze, nei forum, nelle sezioni di partito. Votatelo anche nel blog di Grillo!

Tafazzi for President.

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La vicenda del corteo contro la Ztl nel centro storico dei commercianti napoletani colpisce. Ma non tanto, o meglio non solo, per la scia di violenza e polemiche che si porta dietro. Colpisce perché è lo specchio deformato di una questione enorme, che ci ostiniamo a far finta di non vedere.

In tutte le città d’Italia i commercianti sono contro le Ztl; dicono che ne penalizza gli affari. E’ un’affermazione talmente infondata da non essere commentabile. Eppure viene reiterata: a Milano, a Roma, a Napoli, ovunque. Ma lasciamo stare i commercianti.

Perché questo è un atteggiamento è molto diffuso. Ci sono tante lobby: tassisti, avvocati, medici, insegnanti, e così via. Ognuno di noi, in qualche modo, fa parte di una categoria. E, in quanto tale, prima o poi si mette l’elmetto corporativo, infischiandone del bene comune, e s’aggrappa a luoghi comuni e ai suoi interessi particolari. Mettendosi di traverso a qualsiasi novità, anche banale, che non si sa mai. E prendendosela, ovviamente, con un’altra categoria. Che diventa il nemico, il capro espiatorio di tutti i nostri mali: insomma, una casta.

Ecco, la vicenda del corteo contro la Ztl a Napoli colpisce. Perché la casta, molto spesso, siamo noi.

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Con il termine stabilità si intende, com’è abbastanza facile da capire, l’essere fermo, durevole, costante, inalterato nel tempo e nello spazio. Con il termine cambiamento si intende, com’è altrettanto facilmente intuibile, modificarsi, mutare, rischiare.

La parola di cui sembrano essersi innamorati molti esponenti della cosiddetta società civile – sindacalisti, rappresentanti degli imprenditori, editorialisti e chi più ne ha più ne metta – è proprio stabilità. Serve un governo “stabile”. Serve “stabilità”, e via dichiarando. Il fatto che tanti “consolidati” siano innamorati della stabilità non stupisce: a loro conviene, eccome. Ma all’Italia di oggi?

Sembra evidente che in giro ci sia bisogno più di cambiamento che di stabilità. Il Paese di tutto ha bisogno meno che di essere fermo, visto che si trova da un ventennio in una palude e che per questo così si è ridotto.

Il problema semmai è un altro: fare attenzione, nel Paese dei Gattopardi, a chi vuole che “tutto cambi perché tutto resti come prima”. Allora, discutiamo semmai su chi debba guidare il cambiamento, su chi lo voglia davvero, sulla strada migliore per realizzarlo.

Ma non sul dilemma tra stabilità e cambiamento. Su questo, davvero, non c’è partita.

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Sono una persona semplice. Un grosso limite, nell’Italia di oggi. Ed approfitto di questo piccolo spazio che gentilmente mi è concesso per chiedere a chi ne ha voglia di spiegarmi una cosa che non riesco a capire. CasalGrillo, che non so se sia un semplice portavoce o un dittatore ma che comunque qualcosa dentro il Mov5stelle conta, dice che se si fa un governo sostenuto da Pd e Pdl la gente prenderà i forconi.

I capigruppo del Mov5stelle, Vito lo smentito Crimi e l’onorevole-cittadina Lombardi, reclamano l’avvio dei lavori del Parlamento perché è arrivato il momento di smettere di scherzare, e sostengono che il voto a giugno sarebbe una iattura, se non altro per un problema di costi.

CasalGrillo, Vito lo smentito e l’onorevole-cittadina svillaneggiano tutti i partiti e dicono che mai e poi mai daranno la loro fiducia a un governo degli altri: Monti, Bersani, Berlusconi o qualsiasi altra “foglia di fico”: tutti uguali.

CasalGrillo, Vito lo smentito e l’onorevole-cittadina chiedono al Presidente della Repubblica di affidare l’incarico al Signor Movimento 5 stelle, che poi ci pensano loro. Ammesso che riescano a fare nome e cognome di una persona fisica esistente in vita – perché solo a quella il Presidente può dare l’incarico, chiedere al Gabibbo che ci teneva tanto – questo eventuale governo non sarebbe appoggiato da nessuno, a parte i 5 stelle che non hanno i voti per farlo eleggere né alla Camera né al Senato.

Ecco, io mettendo in fila questi fatti non ho capito che cosa vogliano fare i 5 stelle.

Forse, come dice questa piccola insignificante rubrica, a loro piace stare a guardare. E ai loro (quasi) 9 milioni di elettori?

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Era ora. E’ finalmente arrivato anche Silvio Berlusconi, con le sue proposte shock, per scuotere l’Italia e riportarla sulla retta via. Alcune di queste proposte sono condivisibili, altre sono sciocchezze demagogiche. Ma non è questo il punto; perché la domanda è: ma dov’era lui in questi ultimi dieci anni?

A meno che non fosse un suo sosia, Berlusconi ha fatto quasi sempre il presidente del Consiglio. E’ lui che ha trascinato l’Italia nella melma. E’ sempre lui uno di quelli che ha sostenuto Monti. Che ora si autonomini salvatore della Patria riesce a superare il ridicolo anche in un Paese senza memoria come il nostro.

Berlusconi – che, sia chiaro, è in abbondante compagnia – non ha più nessuna credibilità; anche quando dice cose giuste.

Ho anch’io una proposta shock: si tolga dai piedi, lasci spazio ad altri, ai giovani del suo partito. I cimiteri sono pieni di persone indispensabili.

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Del diluvio di commenti seguiti all’intervista di Matteo Renzi al Corriere della Sera (che forse faceva bene a stare zitto, ma questo è un altro discorso), non mi sembra di averne letto alcuno su quello che, secondo me, è il cuore del problema: l’assenza di una linea del Pd. Una linea del Pd è un po’ come l’araba fenice: che vi sia ognun lo dice, dove sia nessun lo sa. Il Pd è sin dalla nascita il partito del “ma anche”.

Secondo me il Pd è potenzialmente il miglior prodotto politico sulla piazza. Però deve smetterla di fare tattiche da 4 soldi, la melina politica. La sua linea è non avere una linea. E’ ora di cambiarla, se non altro perché è una linea perdente: vedere l’autolesionismo dell’ultima tornata elettorale, persa soprattutto per essersi “dileguati” nei 30 giorni che hanno preceduto il voto.

Sì, il Pd deve decidere. Non solo il nuovo Capo dello Stato o che fare della legislatura. Ma cosa fare dell’Italia. Cosa fare per l’Italia. Certo non è indifferente chi dovrà assumersi questo ruolo. Ma anche qui, il Pd ha la fortuna di avere molte donne e molti uomini in gamba. E non tra le solite facce: tra i suoi tanti quarantenni, e tra i suoi tanti “tecnici” d’area.

Sarà una decisione difficile. Ma indispensabile. Il Pd cominci a capirlo, e lo stallo finirà molto presto.

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Quando ci vuole ci vuole. Beppe Grillo stavolta ha ragione. Quando dice ai suoi elettori che hanno sbagliato a votarlo se volevano che poi il Mov5stelle si alleasse con i “vecchi partiti”. E quando invita coloro che si ritengono “delusi” dal mancato accordo con il Pd a votare, la prossima volta, per un “vecchio partito”.

Eh sì, Beppe ha ragione da vendere. Era abbastanza evidente che il suo intento non era quello di cambiare l’Italia, di darle un governo diverso, di renderla migliore di come l’hanno ridotta (vox populi, vox grilli) i “vecchi partiti”; che non ci sarebbero state “contaminazioni”, mediazioni, mezze misure. Quelle cose che da giovani si fanno – giustamente – meno, che sono proprie dell’ età adulta. E che spesso producono il mostro dell’inciucio, tradendo gli ideali; e talvolta fanno nascere il miracolo della “mediazione”, della sintesi tra posizioni di partenza apparentemente inconciliabili.

Sì, Grillo ha ragione: lui appartiene all’empireo, non sta nel mondo reale; è un equivoco in cui era difficile cadere. Poi si può discutere dei suoi reali fini: forse gli serve solo un bel palcoscenico per continuare a gridare i suoi vaffa (e diversi sono anche giusti, ammettiamolo) a destra e a manca. Forse davvero pensa di conquistare il “potere”, prendendo il 100 per cento dei voti, e allora – solo allora, a “scatola chiusa” – spiegarci che vuole fare dell’Italia.

Si tratta, in entrambi i casi, di forme – più o meno pericolose – di infantilismo. Ma Grillo ha ragione: è un comico, l’arte più vicina al fanciullino che si conosca. E il fanciullino non deve mica crescere.

Forse è ora che lo comincino a fare gli elettori.

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Mentre i saggi di Napolitano s’incontrano e le forze politiche s’incartano, un fantasma si aggira per l’Europa. Ne parla uno studio che confronta l’andamento di salari e produttività di Italia, Francia e Germania nell’ultimo decennio. Si scopre che in Italia i salari reali (ovvero depurati dell’inflazione) sono fermi e la produttività del lavoro è lievemente calata. In Francia e in Germania invece è aumentata: la differenza è che oltralpe il guadagno se lo sono intascato i lavoratori, che hanno aumentato il potere d’acquisto, mentre in Germania se lo sono tenuto le imprese, che hanno guadagnato competitività sul mercato.

Gira che ti rigira, la vera differenza (o spread) tra noi e le due economie più forti d’Europa non è nel credito ristretto, nel fisco più esoso, nei salari eccessivi, nei costi della politica. Ma nel fatto che gli altri sanno far crescere la loro produttività, e noi no. Le cause sono tante: cattiva organizzazione del lavoro; macchinari meno efficienti; produzioni a minor valore aggiunto e altro. Molto potrebbe riassumersi nel nanismo delle nostre imprese, troppo piccole per competere.

Il vero mantra per cambiare l’Italia sarebbe dunque mettersi tutti a lavorare per cambiare la struttura del nostro sistema delle imprese: un lavoro titanico, difficile, ma possibile. Perché gli italiani sono ottimi imprenditori, ce l’hanno nel sangue.

Se la produttività in Italia continua ad essere il fantasma del dibattito politico, prima o poi sparirà anche l’Italia.

Ditelo ai saggi. Ditelo alle forze politiche. Ditelo alle “parti sociali”. Ditelo anche agli elettori.

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