Tra la tanta retorica che intossica la politica italiana, all’approssimarsi del voto per l’elezione del futuro Presidente della Repubblica escono questioni sempre nuove sulle quali s’arrotolano, come maiali nel porcile, editorialisti, commentatori, esponenti della società (in)civile e molti politici. C’è da scegliere tra le pirlate: una è che ci vuole un Presidente di tutti, non uno di “parte”. Un’altra è che dopo uno di “sinistra” ci vuole un “cattolico”. Una terza è che il Presidente della Repubblica deve essere un “politico di professione”.

Prima pirlata: la maggioranza più o meno ampia che elegge il futuro Presidente non garantisce sulla bontà del personaggio: l’indimenticabile Cossiga, Presidente da dimenticare, fu eletto quasi all’unanimità al primo voto. Napolitano, con tutti i difetti uno dei migliori che abbiamo avuto, è stato eletto dalla sua parte politica.

Seconda pirlata: l’essere o meno cattolico. Abbiamo avuto dei democristiani impresentabili come Giovanni Leone, altri che pare abbiano addirittura non ostacolato progetti golpisti come Antonio Segni, e invece laici come Einaudi o Pertini che con la Chiesa di Roma hanno avuto eccellenti rapporti e nessun problema.

Terza pirlata: il Presidente deve essere un politico, perché è un ruolo troppo delicato. Un’argomentazione che s’infrange contro un nome che tutti ricordiamo, Carlo Azelio Ciampi, forse il miglior Presidente in assoluto, che aveva sì avuto ruoli prestigiosi, incluso anche un mandato da Presidente del Consiglio, ma che poteva esser definito in tutti modi, meno che un “politico”.

L’unica cosa che lor signori non chiedono, è che sia un Presidente perbene. Uno che accompagni questo difficilissimo momento della società italiana con onestà, serietà, autorevolezza. E con la consapevolezza che qui o si cambia l’Italia o si muore.

Pubblicato (anche) su Giornalettismo

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