Con il termine stabilità si intende, com’è abbastanza facile da capire, l’essere fermo, durevole, costante, inalterato nel tempo e nello spazio. Con il termine cambiamento si intende, com’è altrettanto facilmente intuibile, modificarsi, mutare, rischiare.

La parola di cui sembrano essersi innamorati molti esponenti della cosiddetta società civile – sindacalisti, rappresentanti degli imprenditori, editorialisti e chi più ne ha più ne metta – è proprio stabilità. Serve un governo “stabile”. Serve “stabilità”, e via dichiarando. Il fatto che tanti “consolidati” siano innamorati della stabilità non stupisce: a loro conviene, eccome. Ma all’Italia di oggi?

Sembra evidente che in giro ci sia bisogno più di cambiamento che di stabilità. Il Paese di tutto ha bisogno meno che di essere fermo, visto che si trova da un ventennio in una palude e che per questo così si è ridotto.

Il problema semmai è un altro: fare attenzione, nel Paese dei Gattopardi, a chi vuole che “tutto cambi perché tutto resti come prima”. Allora, discutiamo semmai su chi debba guidare il cambiamento, su chi lo voglia davvero, sulla strada migliore per realizzarlo.

Ma non sul dilemma tra stabilità e cambiamento. Su questo, davvero, non c’è partita.

Pubblicato (anche) su Giornalettismo

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