Spero di non urtare la suscettibilità di alcuno se dico che la retorica che circonda il neo eletto Papa Jorge Bergoglio m’infastidisce. M’infastidisce il fatto che molti siano rimasti colpiti dal “Buonasera” con cui si è presentato. Mi irrita lo stupore sul fatto che il Papa si sia recato alla Casa del clero – dove abitava nei giorni scorsi, prima del Conclave – e abbia pagato il conto “per dare il buon esempio”, come ha detto il portavoce vaticano.

M’infastidisce perché, al netto del gesto apprezzabile, lo stupore e l’ammirazione sono il segno del nostro essere fortemente affezionati al ruolo di “sudditi”; pronti ad applaudire il “potente” di turno se si mette sul nostro livello, almeno una volta. Perché invece è evidente che non siamo sullo stesso piano. Ed il fatto che fino ad ora non lo aveva fatto nessuno è indice della pochezza dei predecessori, non della sua grandezza.

Come in politica: l’onestà ostentata dei nuovi, che apprezzo molto, dovrebbe essere un pre-requisito di chiunque; festeggiare perché adesso qualcuno sembrerebbe (aspettiamo i fatti, please) un po’ meglio è eccessivo.

Se fossi Papa Francesco, o il futuro premier, vorrei essere giudicato bene non per qualche gesto simbolico di “rottura” rispetto ad assurde tradizioni di privilegi, ma per quello che saprò fare come Papa. O come Premier. Un Papa, un Premier. Non “uno di noi”.

Un Papa, o un Premier, che proprio perché Papa o Premier devono pagare il conto. Più di noi. Sennò che Papa o Premier sono?

Pubblicato (anche) su Giornalettismo

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