Ebbene sì, la complessità mi piace. Non perché rifugga le cose immediate e semplici, ma sono affezionato all’idea che di cose davvero semplici al mondo ce ne siano poche. Ammetto che nella primordialità che trabocca dai giudizi secchi, dalle affermazioni sommarie, dal linguaggio diretto ci sia un che di affascinante. Però è solo nella complessità che mi sembra di trovare lo specchio della realtà che mi circonda.

Anche perché, ed è un timore che spesso la storia ha confermato, semplificare è un bene, ma esagerare è peggio. Anche in un mondo senza colori, in bianco e nero, il più stupido di noi comprende bene che ci sono le sfumature di grigio, e sono ben più di 50. La complessità è dialettica, la semplicità è monologica. E ad una voce sola ho sempre preferito la polifonia.

La complessità, anche se oggettivamente più faticosa, mi attrae molto di più della semplicità. Anche perché temo che, semplificando e semplificando, si finisca per essere attratti dal fascino – anch’esso irresistibile, la storia insegna – della stupidità. E’ un rischio che si corre nella scienza, nell’arte, nell’economia. E, soprattutto, nella politica.

Ho l’impressione che questa riflessione abbia un sapore vagamente antigrillino. Pazienza, anche se giuro che – almeno stavolta – proprio non ci pensavo.

Pubblicato (anche) su Giornalettismo

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