Che in Italia le donne siano più discriminate che altrove, l’abbiamo capito; l’Ocse ha pensato bene di ricordarcelo: tra i paesi “ricchi”, siamo davanti solo a Turchia e Messico per partecipazione femminile al mondo del lavoro. E, sempre secondo l’Ocse, abbiamo una politica per la famiglia totalmente assente – anche se ce ne riempiamo la bocca continuamente.

Le denunce e le lamentele vanno bene. Ma perché è così? Non è così difficile: in Italia la concezione “profonda” della struttura sociale e familiare in tutti i campi (politica, economia, costume, “cultura”, sia essa elitaria o popolare) è rimasta ancorata all’idea di famiglia tipo anni “50”. Capofamiglia maschio, che porta “a casa i soldi”, moglie dedicata alla “cura del focolare”.

A nulla sono serviti i tempi che cambiano, le minigonne, i milioni di donne che lavorano, i padri meno assenti di un tempo. L’Italia, sotto sotto (ma neppure tanto) è rimasta quella.

Che questo sia uno dei motivi più evidenti del nostro gap non solo di genere, ma di crescita, sviluppo, competitività lo scrivono tutti (Bankitalia, Ocse, Commissione europea e via continuando).

Ma a nessuno (e nessuna) sembra interessare davvero. Forse, la discriminazione ci piace. A tutti. E un po’, a tutte. O almeno a molte.

Pubblicato (anche) su Giornalettismo

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