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Non so se quella della “discesa in campo” di Marina Berlusconi sia una boutade, un’idea, una promessa o una minaccia. E non so quale potrebbe essere il suo “appeal” elettorale: se pari a quello paterno di un tempo, o a quello (scarso) di oggi.

Di certo, sarebbe un segnale autentico – molto più di qualsiasi altro – della palude nel quale l’Italia si è invischiata negli ultimi vent’anni. E della crisi della destra italiana, che non riesce a proporre non dico un’idea, un programma, un pensiero, ma neanche una persona che è una spendibile. Se non ricorrendo agli eredi, come nelle monarchie medioevali.

Certo che dopo il “trota” di Bossi, stoppato dalle inchieste più che dalla decenza, il “delfino” (anzi, la delfino) di Berlusconi per raggiungere le vette della farsa manca solo una cosa. La discesa in campo di qualche figlio di Tremonti.

Dopo la destra dei padri, quella dei figli. Il segno che è arrivato il giorno del giudizio per questa nostra povera Patria.

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Susanna Camusso, durante il suo accorato intervento a Terni in occasione dello sciopero generale ha detto, attaccando il governo Monti, che questo è stato “un anno di disastri e non risposte al mondo del lavoro. Un anno che ha tolto fiducia e speranza ai giovani del Paese”. Ed ha concluso dicendo che “serve verità”.

E’ vero: la verità serve. Monti e i suoi ministri hanno fatto molti sbagli in questi 365 giorni. Però, prima di loro, c’é stato il ventennio Berlusconiano, con qualche pausa “ulivista”. E prima ancora gli anni del Caf, Craxi Andreotti Forlani. Anni nei quali tutti – i sindacati, le associazioni di categoria, giornalisti, magistrati (con qualche eccezione, poi fatta saltare in aria), professori universitari, insomma la classe dirigente – erano in questo Paese. E c’eravamo anche noi, gente d’Italia, presi dai cavolacci nostri.

Anni in cui, di disastri, ne sono stati fatti. E tutti loro, tutti noi, abbiamo lasciato fare; qualcuno più critico, qualcuno addirittura innocente. Ma molti, moltissimi, allineati e colpevoli, a guardare questa gente che si mangiava il futuro del Paese, togliendo ai giovani di oggi fiducia e speranza. Qualcuno anche partecipando direttamente al banchetto.

Monti e i suoi c’erano; anche loro, in quegli anni. Non sono dei santi e forse neppure innocenti. Ma in questi 365 giorni hanno fatto, accanto a molti sbagli, anche un po’ delle cose che andavano fatte da quarant’anni.

Questa è la verità. E serve. Come la buona memoria.

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Non preoccupatevi: non state per leggere il solito pianto di coccodrillo che ad ogni disastro da pioggia autunnale (frane, alluvioni, smottamenti) rimbalza sui media tra sfollati, senza tetto e a volte purtroppo anche vittime. Né la solita litania che i danni provocati dai disastri naturali sono largamente superiori ai costi della prevenzione. Neppure la consunta denuncia sulle colpe di politici che – sull’altare di interessi “opachi e talvolta malavitosi – mal governano l’ambiente, il paesaggio, il territorio.

Niente di tutto ciò. E non perché non sia sacrosanto. Ma perché è vecchio, consunto, detto e ridetto. E, è evidente, totalmente inascoltato. No, qui si vuole invitare a riflettere su un’altra cosa. Queste cose può farle solo il “pubblico”. Un pubblico ripulito da sprechi, inefficienze, ruberie, certo. Ma sempre “pubblico”.

Ecco. Bisogna riflettere sull’idea che, in buona fede o per ragioni “pelose”, martella continuamente da trent’anni la pubblica opinione ed ha convinto più o meno tutti della sostanziale inutilità dello Stato, del “pubblico”. Un’idea che permea i dibattiti colti come le chiacchiere da bar.

Un’idea che, è evidente come il malgoverno del territorio in Italia, è totalmente sbagliata.

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Lo scontro tv tra i candidati alle primarie del centrosinistra non l’ho visto; ero troppo impegnato a capire come riuscire a votare alle primarie del centrosinistra. Dopo due ore perse inutilmente a navigare nel sito internet dedicato, mi sono assopito, sognando di un volenteroso cittadino che parteciperà alle primarie del 25 novembre.

Arriva al seggio per votare il “suo” candidato premier; un gentile addetto lo saluta: grazie per essere appositamente uscito di casa per partecipare a questa grande prova di democrazia. Però, se desidera votare Lei deve prima diventare un “elettore del centrosinistra”, con tanto di certificato. Non è difficile, non bisogna passare un esame: bisogna solo andare all’ufficio elettorale. Dov’è? Forse è qui, forse è a pochi passi, forse a 5 km da qui. Ci vada, si registri, poi torni; e la faremo votare con piacere.

Fantascienza? Voglia di polemizzare? No: navigando nel sito delle primarie – in continua evoluzione nelle ultime 24 ore – questa è la procedura indicata. Non si sa ancora dove sarnnno i seggi; non è chiaro se sarà sempre possibile registrarsi direttamente il 25 novembre al seggio dove si voterà; orari e sedi degli “uffici elettorali” dove ci si deve registrare cambiano continuamente nel sito. Informarsi, chiedendo a qualcuno? Magari, se ci fosse un numero di telefono a livello “locale” a cui rivolgersi. Solo indirizzi mail. E chi non ha il Pc o internet?

Per carità, tutto s’aggiusterà: la macchina elettorale si affinerà e tutto sarà chiaro. Figuriamoci se il centrosinistra, con la lungimiranza e la capacità di semplificare le cose difficili che lo ha sempre contraddistinto, non troverà un sistema banale (del tipo: vengo al seggio, mi registro, voto e me ne vado) per evitare di consegnare un altro milione di suoi elettori a Beppe Grillo.

C’è da giurarci.

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Francesco Natobuono è l’allenatore del Nino Ronco di Ornago. Da 11 anni bazzica i campi delle squadre dilettanti della provincia brianzola. E’ nato buono, ma è un vincente: tra giovanili e Prima squadra, ha già vinto 10 campionati.

Nell’ultimo turno di campionato, contro la Truggiese, al 24’ del primo tempo, mentre perdeva 1-0, ha visto un giocatore avversario simulare un fallo in area di rigore. L’arbitro per fortuna non ha abboccato; ma, a palla lontana, un suo difensore ha colpito con una manata l’avversario “furbetto”.

Natobuono è un vincente. E stava perdendo. Sicuramente gli giravano; avrebbe potuto insultare l’avversario. Avrebbe potuto sgridare il difensore, “un calcio in bocca dovevi dargli a quella testa di c….”. Avrebbe potuto seguitare a incitare i suoi.

Invece, ha chiamato l’arbitro, gli ha segnalato l’episodio. L’arbitro è rimasto a bocca aperta; poi ha espulso il difensore del Nino Ronco, che oltre allo svantaggio si è trovato in inferiorità numerica. Natobuono ha riorganizzato la squadra, ed è riuscito a pareggiare proprio al 90’ minuto.

A fine partita, a chi gli chiedeva il perché del suo gesto, ha risposto: “O si gioca pulito, rispettando le regole, oppure non si gioca. Tutti vogliamo vincere, ma siamo qui per imparare il rispetto degli altri”.

Qualcuno ha detto che, se invece di squadre dilettanti, Natobuono si giocava la finale di Champions League, non avrebbe fatto lo stesso. Io non lo so: a volte l’onestà, il rispetto per le regole, per gli avversari, per la “legalità” ce l’hai semplicemente nel sangue. E pensi che vincere è importante, ma non è l’unica cosa che conta, con buona pace di Giampiero Boniperti.

E allora, senza offesa per Di Matteo, Guardiola, Ancellotti, Mourinho; o Conte, Zeman, Stramaccioni, Mazzarri. Tutti grandi tecnici, ma che – chi prima o chi dopo, chi più o chi meno – hanno sempre trovato una giustificazione ai loro sbagli, a quelli dei loro giocatori, alimentando quell’ipocrisia della vittoria a tutti i costi che è il seme di tanti mali anche nelle cose più importanti del gioco (già, è un gioco!) del pallone.

Lo voglio gridare: viva Natobuono. Il migliore allenatore del mondo.

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Caro Bersani, segretario del Pd, le scrivo perché sono rimasto impressionato dalla dichiarazione di Antonio Saitta, neo Presidente dell’Upi, l’Unione delle Province italiane, che ha minacciato di chiudere i riscaldamenti nelle scuole (e, quindi, allungare le vacanze degli studenti) per protesta contro i tagli di fondi alle Province previsti dal Governo Monti.

Impressionato, sì. Perché è vero che il Governo Monti ha confuso la spending review con i tagli lineari agli enti locali, non sempre giustificabili dai supposti sprechi – che pure non mancano – di questi enti. Ma è anche vero che a questi errori non si risponde con le minacce, specie se a farle non è un Masaniello qualsiasi, ma un serioso “sabaudo”, esponente di spicco del Partito Democratico e Presidente della provincia di Torino.

Caro Bersani, ricordi al suo compagno di partito che avere responsabilità di governo significa pesare le parole, gli atti e i fatti. Non sparare corbellerie, ammaliati dal fascino discreto della demagogia.

Per quello c’è già CasalGrillo. Basta e avanza.

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Di tutte le immagini e suggestioni che le presidenziali USA appena concluse lasciano dietro di sé, una più di tutte colpisce il cuore e la mente. Non è il discorso del rieletto Obama, né quello di commiato dello sconfitto Mitt Romney; e neppure la defaticante fila ai seggi in certi stati che fa bene a chi ama la democrazia. Nemmeno i visi felici degli attivisti democratici che festeggiano a Chicago o quelli dei supporter repubblicani di Boston che ripiegano delusi le bandiere.

No. Ciò che meglio di qualunque altra cosa dà il segno delle elezioni USA è la foto di Obama e Miles Romney, nipote di 4 anni dello sfidante, che si stringono la mano sorridenti subito dopo la fine del terzo match televisivo tra i due contendenti. Non sono il Presidente degli USA e il nipotino del suo sfidante; e nemmeno un cinquantenne di colore e un bambino bianco che s’incontrano e si stringono la mano. Né un potente contemporaneo che incontra il futuro dell’uomo.

Sono il sale dell’America e in un certo senso del mondo. Due esseri che stabiliscono un contatto, al di là e al di sopra di tutte le differenze di razza, provenienza, storia, cultura, idee politiche, interessi contrapposti e visioni inconciliabili della vita. Due mondi che s’incontrano, due persone così distanti eppure così vicine, così diverse eppure così uguali, che sono destinate a camminare assieme, verso un futuro inevitabilmente comune. E sembrano riuscirci senza grandi problemi.

L’America è davvero un grande Paese, ben oltre la retorica dei discorsi elettorali. Da cui abbiamo molto da imparare.

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Se Matteo Renzi perderà le primarie non si candiderà: “niente premi di consolazione”, tipo un posto da parlamentare o da Ministro. Bello no? Esprime l’idea romantica di una competizione “senza rete”: chi vince vince, e chi perde torna a casa.

Epperò, per quale motivo chi ottiene un grande consenso popolare, anche se perde una sana competizione “interna”, non potrebbe essere utilmente impiegato nella “squadra”? Chiedere a Hillary Clinton, autorevole segretario di Stato del presidente Obama dopo aver perso le primarie USA.

L’idea di una politica dove chi vince prende tutto non è mica poi tanto romantica. Anzi, puzza tanto di autoritarismo: una gara dove “non si fanno prigionieri”, dove chi vince comanda e non fa accordi con nessuno, né con il “compagno di strade” e tantomeno con l’”avversario”, perché l’accordo è “inciucio” e la condivisione è “consociativismo”.

Un’idea di democrazia molto primitiva, al limite di quell’infantilismo demagogico che è stata la cifra del berlusconismo e adesso del “CasalGrillo”.

Non si guida un Paese “contro”, circondato solo da seguaci plaudenti, ma soprattutto convincendo e coinvolgendo, compagni di strada alleati e – se possibile – avversari: la democrazia è una cosa complicata, ma vincente, come ci ha spiegato Amartya Sen.

Una lettura che al nostro rottamatore non farebbe male.

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Il Pil italiano crolla, i consumi languono, la produzione ristagna, le prospettive dell’export sono incerte; la disoccupazione cresce. Ci aspettano anni difficili, forse peggiori degli ultimi tre appena trascorsi.

Per attraversare questa tempesta non ci sono soluzioni facili. Serviranno uomini e donne in gamba per guidare la nave. Non necessariamente supertecnici superesperti, né i “soliti noti” professionisti della politica; anzi, un po’ di aria fresca nelle stanze dei bottoni non potrà che fare bene.

Ma attenzione: ai tanti che – schifati da una classe politica e dirigente mediamente pessima – sembrano orientati a votare Beppe Grillo, bisogna consigliare di informarsi. Leggete il suo programma, soprattutto le sue “idee” in economia. Cosa c’é scritto (e, soprattutto, cosa non viene menzionato) in materia di lavoro, fisco, Europa, politiche per la famglia, per l’istruzione, per la sanità. le cose che ci interessano tutti.

Ascoltate poi le sue parole, sfrondate dai vaffa, dagli attacchi personali, dalle proposte semplicistiche e grossolane. Verificate le sue idee, analizzate cosa dice in realtà. Siate “cittadini attivi”, come lui dice di volervi. E non semplici spettatori di un grande spettacolo offerto da un geniale comunicatore, come sino ad ora è stato.

Se lo farete, ci penserete due volte, prima di affidargli il vostro consenso o (il cielo non voglia) la guida del Paese.

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Un emendamento al decreto legge sui “costi della politica” permette ai Comuni di gestire direttamente la riscossione dei tributi comunali senza passare per Equitalia. La Lega Nord lo ha proposto e fatto approvare “nonostante l’opposizione del governo e del Partito democratico”, e ora festeggia in nome del federalismo e della autonomia. Ci sarà “un freno alle ganasce fiscali imposte dall’esecutivo e applicate da Equitalia. Finalmente ci sarà un rapporto più sereno fra i cittadini e il fisco gestito direttamente dai Comuni”.

Roberto Maroni festeggia: è questa la Lega che voglio. Ma è davvero una cosa buona e giusta? Se siete evasori fiscali, probabilmente sì. Già, perché riscuotere le tasse non è facile come sembra: bisogna avere uffici appositi, gente esperta, e anche un po’ di “pelo sullo stomaco” quando si tratta di chiedere ad un contribuente “importante” di versare quanto deve.

L’effetto pratico dell’emendamento leghista farà aumentare il costo della riscossione delle imposte per i comuni che vi aderiranno: serviranno più computer, più impiegati, più procedure. In compenso, si ridurrà l’efficienza e l’efficacia nello scovare i contribuenti disonesti. Perché per farlo servono professionisti “spietati”, e non dilettanti “amici”.

Si maschera quindi per “federalismo” ed “autonomia” quella che è, semplicemente, un favore fatto a chi evade le imposte comunali; perché per chi le paga, com’ è ovvio, non cambia assolutamente nulla.

Non c’è che dire, un bel risultato. E pensare che ce l’avevano duro.

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