Come ogni mattina, oggi mi fermerà al solito Bar per fare colazione. E come ogni mattina, come accade ormai da sei mesi, accanto al Bar troverò Tiffany. Tiffany è un uomo di poco più di cinquant’anni. Non so come si chiama. So che da un anno ha perso il lavoro ed è caduto in depressione. Lo chiamano Tiffany perché – a dispetto degli stracci che indossa, ha un’aria distinta, da ricco signore straniero in viaggio per l’Italia.

Ha perduto la casa: non può più pagarsi l’affitto. Gravita tra Caritas e Parrocchia, dove rimedia un pasto caldo e un letto. Io gli ho solo regalato un sorriso, saranno sei mesi, e da allora mi aspetta ogni mattina per una colazione, un caffè davanti al “mio” Bar. Ha la faccia buona, un accento straniero. Ha una laurea che qui non è servita: faceva l’operaio in un mobilificio.

Tiffany è uno degli ultimi: i 50 mila senza casa che, per aver perso il lavoro, il coniuge, una malattia, sono diventati poverissimi, e non hanno più nulla se non la loro disperazione e la compagnia saltuaria di chi ancora dà loro una mano. Crescono, come crescono i poveri: Tommaso e Anna, due giovani precari che vivono lì nel palazzo e ora aspettano un figlio; Susanna che è rimasta sola con due figli e il suo lavoro da impiegata.

Non ci sono risorse per gli ultimi: Per Tommaso, per Anna, per Susanna e i suoi figli, per i tanti nuovi e vecchi poveri che la crisi mette in ginocchio. Per uno Stato sempre più sordo alle loro esigenze. Per una società sempre più distratta per i loro problemi. Figuriamoci per Tiffany e gli altri senzatetto.

Tiffany dovrebbe essere qui, ma non lo vedo. Ho voglia di sentirgli raccontare la sua giornata, di offrigli la solita colazione. Lo cerco con lo sguardo nella bruma di una mattina di novembre. Aldo, il barista, mi dice: “Guardi, dottore, che il barbone è morto stanotte.” Chiedo come mai ma non si sa: forse un infarto, un ictus. L’hanno portato via che erano le sei e la città ancora sonnecchiava.

Ecco, e io sto qui come un cretino a picchiare le dita furiose sulla tastiera. A chiedermi perché – correndo dietro a spread, manovre, austerità, e altre cose che non sono riuscito, con la mia prosopopea da economista di provincia, a spiegargli – d’ora in avanti sarò un po’ più solo, la mattina, sorseggiando un amarissimo caffè.

Pubblicato (anche) su Giornalettismo

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