Non preoccupatevi: non state per leggere il solito pianto di coccodrillo che ad ogni disastro da pioggia autunnale (frane, alluvioni, smottamenti) rimbalza sui media tra sfollati, senza tetto e a volte purtroppo anche vittime. Né la solita litania che i danni provocati dai disastri naturali sono largamente superiori ai costi della prevenzione. Neppure la consunta denuncia sulle colpe di politici che – sull’altare di interessi “opachi e talvolta malavitosi – mal governano l’ambiente, il paesaggio, il territorio.

Niente di tutto ciò. E non perché non sia sacrosanto. Ma perché è vecchio, consunto, detto e ridetto. E, è evidente, totalmente inascoltato. No, qui si vuole invitare a riflettere su un’altra cosa. Queste cose può farle solo il “pubblico”. Un pubblico ripulito da sprechi, inefficienze, ruberie, certo. Ma sempre “pubblico”.

Ecco. Bisogna riflettere sull’idea che, in buona fede o per ragioni “pelose”, martella continuamente da trent’anni la pubblica opinione ed ha convinto più o meno tutti della sostanziale inutilità dello Stato, del “pubblico”. Un’idea che permea i dibattiti colti come le chiacchiere da bar.

Un’idea che, è evidente come il malgoverno del territorio in Italia, è totalmente sbagliata.

Pubblicato (anche) su Giornalettismo

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