Se Matteo Renzi perderà le primarie non si candiderà: “niente premi di consolazione”, tipo un posto da parlamentare o da Ministro. Bello no? Esprime l’idea romantica di una competizione “senza rete”: chi vince vince, e chi perde torna a casa.

Epperò, per quale motivo chi ottiene un grande consenso popolare, anche se perde una sana competizione “interna”, non potrebbe essere utilmente impiegato nella “squadra”? Chiedere a Hillary Clinton, autorevole segretario di Stato del presidente Obama dopo aver perso le primarie USA.

L’idea di una politica dove chi vince prende tutto non è mica poi tanto romantica. Anzi, puzza tanto di autoritarismo: una gara dove “non si fanno prigionieri”, dove chi vince comanda e non fa accordi con nessuno, né con il “compagno di strade” e tantomeno con l’”avversario”, perché l’accordo è “inciucio” e la condivisione è “consociativismo”.

Un’idea di democrazia molto primitiva, al limite di quell’infantilismo demagogico che è stata la cifra del berlusconismo e adesso del “CasalGrillo”.

Non si guida un Paese “contro”, circondato solo da seguaci plaudenti, ma soprattutto convincendo e coinvolgendo, compagni di strada alleati e – se possibile – avversari: la democrazia è una cosa complicata, ma vincente, come ci ha spiegato Amartya Sen.

Una lettura che al nostro rottamatore non farebbe male.

Publicato (anche) su Giornalettismo

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