C’è grossa crisi in Europa. Più che il vento degli spread e delle incertezze tattiche di bassa lega dei super vertici, è l’idea di “Nazione europea” che sembra sul punto di dissolversi; altro che premio Nobel. Tra i tanti esempi, c’è il rischio concreto che venga chiuso per mancanza di fondi il progetto “Erasmus”, nell’indifferenza generale.

L’Erasmus da 25 anni fa passare i giovani studenti europei un po’ di tempo in un’università straniera. L’hanno fatto in 25 milioni. Giovani che hanno respirato altre arie, conosciuto posti e costumi diversi. Si sono incontrati, amati, sposati: tedeschi con spagnole, greche con francesi, polacchi con portoghesi. Un milione di bambini europei è nato da coppie create dall’Erasmus.

Questo formidabile strumento di integrazione, questa macchina per costruire l’Europa dei popoli costa 90 milioni di euro all’anno. Tanti? Sicuramente meno dei 180 milioni di euro che servono a mantenere la doppia sede del Parlamento di Bruxelles e Strasburgo. Ma vuoi mettere la periodica gita in Alsazia di documenti, faldoni, parlamentari a cui la Francia – in nome di un incomprensibile “grandeur” – costringe l’Europa con l’utopia concreta di milioni di giovani europei che s’incontrano?

Da giovani, sì; quando hai ancora quella voglia di guardare l’altro nel profondo degli occhi, di leggergli dentro, capire, imparare, amare. Giovani che s’incontrano, si conoscono si capiscono e assieme, piano piano, creano una “Nazione”.

L’Erasmus è il vero simbolo dell’Europa. Salvarlo è continuare a sperare nel sogno. Come salvare le notti d’amore. Lo stanno uccidendo, e stiamo tutti zitti.

C’è grossa crisi, in Europa.

Pubblicato (anche) su Giornalettismo

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