Michela ha 34 anni. E’ bella, intelligente, curiosa; come molte sue coetanee, è laureata ed ha un lavoro precario. Ama la pizza, la vita all’aria aperta, chiacchierare con le amiche. Adora i bambini, specie Luca e Sara, i suoi gioielli…Le piace legge di tutto, dai quotidiani “seri” alle riviste “femminili”.

Vorrebbe sorridere, seduta per terra nel salotto di casa, appoggiata al muro di fronte alla Tv spenta. Ma non può; le fa male la mascella: oggi, dopo pranzo, Paolo, suo marito, il suo compagno, il padre dei suoi figli, l’ha picchiata. Michela l’ha letto da qualche parte, non ricorda dove: oltre 5 milioni di donne in Italia subiscono violenza, e la gran parte di queste avviene tra le mura di casa. Ed ha letto che spesso non se ne sa nulla, e nulla accade. Paura. omertà, vergogna, indifferenza.

Michela sente qualcosa scenderle dal viso. Saranno lacrime, pensa. Vorrebbe alzarsi, ma non ce la fa. Le gira la testa, tutto è confuso, ovattato, lontano. Sente le palpebre chiudersi; forse è meglio aspettare un po’, pensa. Poi, si laverà il viso, si darà una sistemata. Ci sono i bambini da andare a prendere. C’è la cena da preparare e, domattina, il lavoro.

Michela non s’accorge di quella pozza che s’allarga; è bella, intelligente, ma non riesce a capire che, come altre donne italiane, adesso sta morendo, nel salotto di casa, ammazzata di botte dal suo uomo, dal padre dei suoi figli. Sorride pensando che domani sarà un giorno migliore, che Paolo sarà gentile come quando erano ragazzi, che Luca e Sara l’aspettano davanti alla scuola.

Michela piega dolcemente la testa di lato. Dalla finestra, il traffico è un ronzio, sempre più lontano.

Pubblicato (anche) su Giornalettismo

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