A Milano erano le otto del mattino, e c’era la nebbia, come spesso capita da queste parti quando l’estate lascia il posto ai primi giorni dell’autunno. Come ogni giorno, la gente andava di fretta: chi al lavoro, chi a scuola, chi a far la spesa. In testa il ricordo delle vacanze appena passate, di una notte passata a fare l’amore, a guardare gli occhi di un figlio che dorme.

C’era gente anche dentro un aereo, a Linate: Renato, Caterina, Lorenzo, Antonella. In testa un viaggio, una vacanza, un lavoro da fare. Qualcuno andava a Parigi, qualcun altro a Copenaghen. Invece, in quel mattino di undici anni fa, niente vacanze, niente, lavoro, niente feste di compleanno. Nessuno andò a Parigi, e nessuno a Copenaghen. Né Gabriela, né Marianne, né Angelo né Viviana.

Perché due aerei si sono scontrati, a Linate, e in 118 hanno perso la vita, i sogni, le speranze. Sarà stata la nebbia, o errori umani, o la segnaletica inadeguata, il Radar a terra guasto. Sarà stato questo e forse altro, colpe dell’uomo e il destino che non si può cambiare. E per Roberto, Anitta, Luigi, Riccardo non c’è più tempo per ridere o piangere, per arrabbiarsi o essere felici.

C’è solo il tempo, che passa e cambia le cose. C’è la gente che va di fretta e in fretta dimentica.

Ci sono 118 piccoli faggi a Linate, che ricordano che questo è stato. E che non dovrebbe essere mai accaduto.

Pubblicato (anche) su Giornalettismo

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