Per almeno quindici anni, e fino a poco più di otto mesi fa, il problema dell’Italia sembrava essere uno stato centrale troppo forte e la mancanza di autonomia – anche finanziaria – regionale e locale. Un partito di lotta e di governo costruì su questo assunto le sue fortune. Governi e opposizioni cambiavano, le idee applicative non concordavano; ma sul tema tutti erano d’accordo, anzi d’accordissimo.

Schiere di Professori, editorialisti, tromboni riempivano le pagine dei principali quotidiani e le trasmissioni di approfondimento spiegandoci le taumaturgiche virtù del regionalismo spinto, del federalismo all’amatriciana, dell’autonomia (meglio, autodeterminazione) delle genti e dei popoli.

Poi sono arrivati i nostri, pardon, i mostri. Prima Batman, poi Superman. Inchieste, sprechi, uso disinvolto di denaro pubblico. E improvvisamente il problema dell’Italia è diventato il federalismo, l’autonomia, il potere troppo sparpagliato tra livelli regionali e locali. Governi e opposizioni chiedono accorati di ripensare gli assetti istituzionali; i Presidenti di regione e di provincia chiedono di ridurre l’autonomia dei loro enti.

Schiere di professori, editorialisti, tromboni riempiono le pagine dei principali quotidiani e le trasmissioni di approfondimento spiegandoci i vizi indelebili del regionalismo spinto, del federalismo in sé – anche di quello “virtuoso” praticato all’estero – e dell’autonomia regionale e locale.

Solo i cretini, si sa, non cambiano mai idea. La domanda è capire se lo erano prima o se lo sono adesso. Forse tutt’e due le cose.

Pubblicato (anche) su Giornalettismo

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