Era inevitabile che, complici i recenti scandali in Lombardia e poi nel Lazio, iniziassero a spuntare comitati per l’abolizione delle Regioni; un’idea che riscuote un certo successo anche in ambienti accademici. Dunque, dopo le Province, facciamo fuori anche le Regioni. Ma è giusto?

Mah. I dibatti sugli assetti spesso nascondono l’incapacità – o la non volontà – di affrontare la questione del cosa vogliamo che sia l’Italia politico-amministrativa di domani: chi deve fare cosa (privato e/o pubblico, livelli nazionali e/o locali) e con quali mezzi finanziari. E, solo a quel punto, pensare agli “assetti”: abolire le regioni o accorpare le più piccole, eliminare le province o rivederne numero compiti e funzioni, accorpare i comuni e via ridisegnando.

Invece si preferisce scorrazzare tra i numerosi scandali e malaffare – a quando un’analisi su quanto ci costano i piccoli comuni? E gli sprechi nei grandi centri? E quelli nei ministeri? – di una classe dirigente tutta presa dal “arraffa arraffa”, con una stampa ed una pubblica opinione sempre distratte (a voler esser buoni) che si svegliano di colpo gridando: “Dagli all’untore!”

Qualcosa da abolire in effetti c’è: la mala informazione e soprattutto la cattiva politica. Al centro e in periferia.

Pubblicato (anche) su Giornalettismo

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