Mark Slavin sonnecchia. Non sa che tra poche ore sarà morto. Se lo sapesse, forse non sarebbe così felice di essere a Monaco, dentro il villaggio olimpico, in attesa della gara di lotta che lo vedrà protagonista. A diciotto anni alla morte non ci pensi; è troppo presto. Anche se vivi in un Paese sotto attacco.

Un Paese in guerra contro tutti, per un pezzo di terra, un’idea religiosa, o chissà che altro. Mark non lo sa, forse non vuole saperlo, che da anni giù da lui si combatte e si muore. Che molti soldati del suo paese se la prendono con i Palestinesi, che l’odio monta nei campi profughi e i più arrabbiati si organizzano, fanno attentati, uccidono a loro volta, in una spirale dell’odio che non vuole avere fine.

E’ quasi mattino a Monaco e il cielo sembra sospeso. Mark con i suoi diciotto anni e tutta la vita davanti a questo non ci pensa. Non sa che di sotto qualcuno scavalca i cancelli, sta entrando. Che tra poco non sarà più Mark il lottatore, ma solo un ostaggio nelle loro mani, che passerà ore di angoscia fino a quando la spirale dell’odio – e la superficialità e l’arroganza della polizia tedesca – lo porterà a morire dentro un elicottero all’aeroporto di Fürstenfeldbruck.

Ma tu Mark, in questo tempo sospeso in cui ancora non sai che tra poche ore sarai una delle vittime del massacro di Monaco, in questo mattino di settembre con i tuoi diciott’anni non pensare alla morte.

Pensa solo che domani è un altro giorno. E che per far vincere la vita, la gente dovrà infine capire che non si può accettare di odiare qualcuno, chiunque sia, per la sua razza, il suo colore, le sue idee, la sua religione. O per un pezzo di terra.

Solo così, la tua ingiusta fine senza senso potrà avere un senso.

Pubblicato (anche) su Giornalettismo

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