A New York, in un appartamento come tanti, vive un signore di ottant’anni. Si chiama Charles Feeney; conduce una vita tranquilla da americano medio. Eppure questo signore è un miliardario, che ha creato dal nulla un impero internazionale di duty free negli aeroporti, arrivando ad avere un patrimonio di oltre 7 miliardi di dollari.

Un giorno del 1982 questo signore ha deciso di fondare la Atlantic Philanthropies, a cui ha girato l’intera proprietà della propria azienda, salvando solo qualche spicciolo per sé e per i suoi figli. E nel silenzio dell’anonimato, per decenni ha finanziato assistenza sanitaria diretta, istruzione, riforme dell’immigrazione, iniziative di pace, campagne contro la pena di morte un po’ in tutto il mondo. Così, anno dopo anno, Feeney ha regalato sei miliardi di dollari; quello che resta intende darlo via entro il 2020, quando ha previsto di chiudere Atlantic Philantropies per esaurimento dei fondi.

Se gli chiedi chi glielo ha fatto fare, adesso che la sua storia è divenuta di pubblico dominio, ti risponde “al mondo ci sono un sacco di problemi, che vanno affrontati prima che diventino troppo costosi. Se hai i soldi, li spendi. E quando li hai spesi tutti, lasci che qualcun altro si faccia avanti per spendere i propri”. Vole morire avendo speso tutti i suoi soldi. Povero.

La sua storia invita a riflettere su un sacco di cose. Sul senso di questa vita, di questo sistema economico che è forse il migliore per accumulare ricchezza e benessere ma non è certo il migliore per redistribuirlo, di questo mondo che gira in tondo.

Feeney può sembrare un moderno San Francesco. Eppure, c’è da immaginarlo, per creare quell’impero si sarà comportato da vero “capitano d’industria”, con tutte i compromessi e le scelte difficili che questo comporta.

Il suo sembrerà a tutti un comportamento “strano”; forse, ma che dire dei tanti suoi “colleghi” che si comprano decine di case in cui non abiteranno mai, auto, aerei, yatch su cui non saliranno mai, che hanno depositi bancari da milioni di dollari che giacciono inutili in qualche banca delle Cayman.

Ammassi di cose, oggetti, pezzi di carta che a pensarci bene, non servono a niente. Perché, quando hai di che vivere “normalmente”, il resto è – le parole sono importanti – “superfluo”. Mentre sapere che hai cambiato in meglio la vita di tanta gente, non ha prezzo.

Altro che Mastercard.

Pubblicato (anche) su Giornalettismo

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