Puntuali come la calura d’agosto, arrivano gli incendi. Ed è tutto un proliferare di consigli, suggerimenti, proposte per fermare queste catastrofi che mettono a repentaglio una fondamentale risorsa naturale come i boschi e le foreste e, talvolta, persino la vita di numerose persone.

Pochissimi ricordano che un modo per fermare – o, almeno, diminuire drasticamente – il fenomeno degli incendi c’è, e non si tratta di pratiche da prevenzione rischi o da protezione civile. Sarebbe sufficiente dare attuazione alle previsioni di una legge dello Stato, la n.353 del 2000.

Che prevede che le zone boschive e pascoli interessati da un incendio non possano avere una destinazione d’uso diversa da quella già esistente per almeno 15 anni, e sui quali è vietato per 10 anni realizzare edifici e/o strutture e infrastrutture finalizzate ad insediamenti civili ed attività produttive, ed anche – per 5 anni – attività di rimboschimento e di ingegneria ambientale sostenute con risorse finanziarie pubbliche.

In questo modo – a pensare male si fa peccato, ma spesso ci si azzecca – si perde l’interesse ad appiccare il fuoco da parte di potenziali speculatori e di qualche “diversamente occupato” che voglia essere assunto come operatore forestale.

C’è un ma: per dare attuazione alla Legge, i comuni devono introdurre un censimento, tramite apposito catasto, dei soprassuoli già percorsi dal fuoco, individuando le particelle catastali interessate ed aggiornando l’elenco ogni qualvolta ci sia un incendio.

Curiosamente, nei comuni in cui questo catasto è stato istituito, gli incendi si sono drasticamente ridotti; negli altri questo non è avvenuto. Pochi se ne ricordano – e lo ricordano ai loro municipi.

In Italia è sempre meglio strillare dietro all’emergenza, che risolvere i problemi sul serio.

Pubblicato (anche) su Giornalettismo

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