Abortire in un ospedale italiano, come sanno bene le donne che vi ricorrono, non è un’impresa semplice, nonostante sia previsto da una legge dello Stato. La causa risiede nella diffusa tendenza all’obiezione di coscienza da parte dei medici.

Lo diventerà ancor di più dopo un nuovo parere del Comitato nazionale di bioetica che riaffermerà la legittimità della “disobbedienza” per ragioni di coscienza anche di fronte ad una legge che riguardi diritti inviolabili dell’uomo e questioni come nascita, morte, malattia.

Il parere, in teoria, viene espresso a tutela di chi decide di “disobbedire” senza che questo divenga motivo di “discriminazione”. In pratica, è diventato un modo per impedire la facoltà – anch’essa tutelata dalla legge – di interrompere una gravidanza indesiderata. Finendo quasi per discriminare i non obiettori, che a volte hanno persino problemi di carriera.

Così, la pratica è che in molti ospedali italiani non si trovano proprio medici non obiettori. In quel caso, chi prevale? Una legge dello Stato o il diritto alla disobbedienza? Tanto per cambiare, in pratica prevale costringere i cittadini a disagi e pellegrinaggi, solo per far valere un loro diritto. E vengono i brividi pensando alle tante delicate questioni – eutanasia, trattamento sanitario dei malati terminali, ecc… – che potrebbero scatenare altre massicce obiezioni di “coscienza”.

Fatta la legge, trovato l’inganno. I vecchi detti sono noiosi, ma spesso purtroppo ci azzeccano.

Pubblicato (anche) su Giornalettismo

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