Un vento caldo spazza il quartiere Tamburi, a Taranto, Puglia, Italia. Porta una polvere rosa dallo stabilimento Ilva poco lontano. C’è gente sui balconi che guarda verso il tramonto, in un quartiere dove si muore più spesso che nel resto della città, una città dove già si muore più spesso che nel resto d’Italia.

Lo stabilimento dell’Ilva è là, poco lontano. E’ grande due volte più grande della città, è la città stessa accartocciata sul bisogno dei suoi undicimila dipendenti, una città dove si muore troppo spesso e dove in troppi non hanno lavoro, anche nei quartieri Borgo e Tamburi. Una città che in guerra.

Sono anni che si combatte, tra chi pensa al rischio salute per l’inquinamento dello stabilimento dell’Ilva e a chi pensa al rischio lavoro se chiude lo stabilimento dell’Ilva. Sono anni che la città muore, per risolvere il dilemma se è maglio un lavoro senza vita o una vita senza lavoro.

Ora la guerra esplode, tra operai che non vogliono morire di tumore ma neppure di fame e cittadini che non vogliono morire e basta, sotto un ricatto ignobile e subdolo di “signori” distratti a guardare altrove. Taranto è lì, attonita, che aspetta, aspetta invano. Qualcosa o qualcuno che fermi questa guerra tra poveri, nella quale tutti, tranne i soliti noti, perderanno.

Tra le macerie di quest’umanità del terzo millennio, che affoga nei reciproci egoismi e nelle paure, che si sbrana come gli schiavi nell’arena, mentre “signori” assistono divertiti allo spettacolo, seduti sulle loro comode poltrone.

Il sole tramonta e la polvere rosa sale nel cielo della città; la gente guarda attonita gli operai gridare la loro rabbia e i cittadini piangere le loro paure sulle macerie di Taranto, che oscillano lievi al triste vento.

Pubblicato (anche) su Giornalettismo

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