Alla Perugina, gloriosa azienda italiana che produce i famosi “Baci”, svenduta circa vent’anni fa agli svizzeri della Nestlé, la proprietà ha offerto ai dipendenti un “patto generazionale per favorire l’occupazione giovanile”. Che tradotto in italiano significa l’offerta di assumere il figlio a quei dipendenti che ridurranno il proprio orario di lavoro (e relativo stipendio) da 40 a 30 ore settimanali.

Per alcuni un’offerta seria responsabile e coraggiosa per combattere la disoccupazione giovanile. Per altri una proposta che crea due precari al posto di un dipendente stabile. “Lavorare meno lavorare tutti” era uno slogan della sinistra radicale, un tempo. Ma era sottinteso che fosse a parità di stipendio. Aumentare l’occupazione va bene, ma la precarietà – finalmente ci sono arrivati anche i “liberisti” – è un male.

Alcuni fanno notare che in uno stabilimento di 900 dipendenti (di cui quasi 300 part time) in cui l’età media del personale è 35 anni ad essere interessati alla proposta saranno si e no una ventina di persone; chissà che c’è sotto. E’ pur vero che meglio un’azienda che assume che una che licenzia.

Il dibattito è aperto. Resta il fatto che chi produce, sia l’azienda o i suoi dipendenti, si deve arrabattare per sopravvivere, nei paradisi fiscali di mezzo mondo giace una ricchezza – spesso frutto di illeciti o di evasione – pari sembra all’intero Pil degli USA.

Un giorno, mentre riflettiamo sulle proposte di uscita dalla crisi, bisognerà pur ricordarselo. Magari sbocconcellando un Bacio Perugina, se ancora esisteranno.

PUbblicato (anche) su Giornalettismo

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