Una volta in Europa c’era la guerra. Sembra una favola, invece era solo ieri. Si combatteva per il carbone, per l’acciaio, per il pane. Il sangue scorreva a fiumi sul continente messo a ferro e a fuoco da odi, egoismi, nazionalismi ciechi.

Poi un gruppo di uomini non guardò alle future elezioni, come fanno i politici, ma alle future generazioni. Non erano dei, non erano geni. Solo uomini di buona volontà, persone con pregi e difetti, limiti e dubbi. Ma che, guardando le macerie del Belgio, dell’Italia, della Germania, della Francia si dissero: “mai più guerre tra noi, mai più guerre su questi suoli”.

Uomini come Adenauer, De Gasperi, Monnet, Spinelli. Uomini come Robert Schumann, un francese di origini tedesche, che il 9 maggio del 1950 disse che “il contributo che un’Europa organizzata e vitale può apportare alla civiltà è indispensabile per il mantenimento di relazioni pacifiche”.

Sapevano che non era facile. Sapevano che sarebbe stato un cammino lungo e faticoso, perché “l’Europa non potrà farsi un una sola volta, né sarà costruita tutta insieme; essa sorgerà da realizzazioni concrete che creino anzitutto una solidarietà di fatto.” Sapevano questo, e molto altro.

C’era una volta in Europa gente come loro. Forse c’è ancora, nascosta tra i piccoli uomini e donne di oggi, troppo preoccupati delle future elezioni per pensare alle future generazioni. Ciechi, sordi, muti di fronte al rischio che quello che è stato possa davvero tornare.

Non lasciamoglielo fare.

Pubblicato (anche) su Giornalettismo

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