La vicenda dell’accorpamento delle province è forse la più evidente dimostrazione che nel nostro Paese la situazione – come diceva Flaiano – è grave ma non è seria. Ci hanno scaramellato gli zebedei per anni sulla loro inutilità, sul loro costo, sui magnifici risparmi che si sarebbero realizzati dalla loro dipartita. Forse esagerando anche un po’.

Ora che dopo decenni di letargo un governo decide non di abolirle ma di sfoltirle, ci si sarebbe aspettati un plauso generale, ad eccezione della “casta” dei politici ed amministratori che si vedono sfilare la poltrona. E invece?

E invece. Perché “siamo tutti cittadini del mondo” ma siamo soprattutto dei “provinciali”. Ed ecco che la “società civile” scopre improvvisamente l’importanza del campanile, con un fiorire di iniziative e prese di posizione, da nord e sud, da est a ovest.

Gente comune accanto a insospettabili economisti fautori del rigore come Giacomo Vaciago (ex sindaco di Piacenza) riscoprono improvvisamente quanto sia importante per le comunità “riconoscersi” dietro la bandiera provinciale. In fondo non si risparmierebbe poi tanto, dicono. E comunque, meglio spendere un po’ che finire sotto “quelli là” (che siano udinesi, parmensi, perugini, avellinesi o baresi poco importa).

Ma sì, salviamole queste benedette province. E salviamo anche le municipalizzate, salviamo anche le comunità montane, le circoscrizIoni, le sedi di prefettura, i tribunali, tutte quelle bandierine che ci rendono orgogliosi e fieri di essere fieri del nostro paesello. Chiudiamo invece gli ospedali, gli asili, togliamo i servizi ai disabili, lasciamo con le pezze al culo gli esodati.

L’importante sarà farlo sventolando il gonfalone della nostra provincia.

Pubblicato (anche) su Giornalettismo

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