Il decreto legge sulla cosiddetta spending review è arrivato. E son botte da orbi per molti, ma non per tutti, come al solito. Il principio è sacrosanto ma il diavolo, si sa, è nei dettagli. La sostanza è che un governo in disperato bisogno di dare un segnale alla riottosa Merkel e ai mercati ha fatto di necessità virtù.

Mettendo qualche vera spruzzata di spending review – accorpamento degli uffici periferici dello Stato, benchmark sugli acquisti di beni e servizi – accanto a molti tagli “lineari” per Sanità, Scuola ed Enti locali. Piove sempre sul bagnato.

Sul taglio agli statali si mistifica un po’ troppo: sia perché si tratta soprattutto di prepensionamenti mascherati sia perché il problema italiano non è nel numero – abbondantemente in linea con le medie europee – ma nell’organizzazione del lavoro e nella produttività. Dove le colpe sono soprattutto dei dirigenti, dei vertici politici e di norme e prassi legislative e amministrative. Riforme per le quali manca sia il tempo che la voglia.

Così, bisogna – tanto per cambiare – starci anche se non piace. Com’è accaduto per le liberalizzazioni di facciata, per la riforma del lavoro che non ha cambiato nulla, per l’anti-corruzione che non decolla.

A furia di guardare più il dito che la luna, sopportando gli inevitabili compromessi con un parlamento zeppo di ignoranti ed inquisiti, questo Monti sembra solo un lontanissimo parente di quel Ciampi che – lui sì – cambiò la storia dell’Italia nel ’92.

Pubblicato (anche) su Giornalettismo

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