Giusto un anno fa, l’Italia scelse l’acqua pubblica. Due referendum che abrogarono la modalità di affidamento a gestori privati del servizio idrico integrato, e soprattutto la determinazione della tariffa in base ad una “adeguata remunerazione del capitale investito”.

Forse qualcuno se lo ricorderà: ci furono molte polemiche su questi referendum. Più di uno fece notare che in questo modo si tornava ai carrozzoni pubblici e che solo attraverso aumenti di imposta si sarebbe potuta aumentare l’efficienza dei servizi idrici. Ma altri segnalavano che la semi privatizzazione non aveva portato benefici in termini di investimenti ed efficienza, facendo in compenso lievitare ingiustificatamente le tariffe.

Prima del voto ci furono dibattiti, inchieste, scontri. E nei due giorni immediatamente successivi al voto, sembrava che sarebbe cambiato il mondo: la grande guerra dell’acqua era vinta, nulla sarebbe stato più come prima, eccetera eccetera eccetera.

Di quei fiumi di parole, non è rimasto niente. E nulla è cambiato. Continuano ad esserci le inefficenze di prima, servono almeno 11 miliardi di investimento per adeguare i nostri servizi alla normativa europea, pena una sanzione per mancato rispetto delle normative. Tra i vari decreti salva Italia cresci Italia e Forza Italia sull’acqua c’è poco o nulla, salvo il passaggio delle competenze dell’ex Conviri (e della mai nata Agenzia) all’Autorità per l’energia elettrica e il gas.

Nient’altro; proposte, spunti, articoli, campagne. Nulla. Né da quelli che lottarono contro il referendum, né da quelli che lo promossero e lo sostennero.

Il solito buco nell’acqua. Dormi, Italia.

Pubblicato (anche) su Giornalettismo

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