Maria guarda fuori dalla finestra. Respira a fatica, la tosse non le dà tregua. I dolori vanno e vengono, ma non ci fa più caso. Giuseppe, suo marito, la guarda seduta sul divano e la vede bellissima, come sempre da vent’anni a questa parte.

Maria è un malato terminale, come altri 250 mila italiani per i quali cure ed i protocolli medici non hanno più un’utilità clinica. Viene aiutata in queste ultime settimane del suo cammino su questo pezzo di universo da cure che le permettono di vivere dignitosamente il suo ultimo tratto di strada.

Maria ha letto che le cure palliative costano, e costano molto. Sembra circa duecentomila euro a persona. E sa che, in questi tempi bui in cui non ci sono soldi qualcuno con la forbice facile può avere la tentazione di dire: ma perché non riduciamo questa spese inutili?

Inutili, sì, qualcuno l’ha detto. E in molti, purtroppo lo pensano. Perché la crisi morde, i soldi non bastano mai e buttare nel cesso migliaia di euro per gente che non ha più speranze può essere una odiosa tentazione che sfiora le menti di qualche bestia umana.

Maria osserva il tramonto, lo vede bellissimo nel suo rutilare di colori tra il rosso e l’arancio dietro le colline. Guarda Giuseppe e sa che potrebbe essere l’ultimo regalo di una vita intensa e piena di bellissimi ricordi.

Trema, perché più della morte ha paura della notte delle coscienze, e il sole talvolta – tra spread e bund, tra rating e credit crunch, tra fiscal compact e spending review – sembra davvero vicino a lasciare questo pezzo di cielo.

Pubblicato (anche) su Giornalettismo

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