Domenica sera, prima della finale di Coppa Italia, durante l’esecuzione dell’Inno di Mameli sono partiti una considerevole mole di fischi dalla curva dov’erano stipati i tifosi del Napoli. Non era avvenuto – non in queste dimensioni – neppure a Bergamo durante i “bei tempi” della Lega ladrona.

C’è chi, come il sindaco di Napoli, se l’è cavata dicendo che “qualche imbecille si trova dappertutto”. Intanto, a giudicare dal rumore, gli imbecilli erano più d’uno. E comunque, fischiare un inno nazionale già è una cosa sgradevole; fischiare il proprio è incomprensibile.

Lo si dimentica spesso: quella canzone l’ha scritta un ventenne che assieme a tanti altri ventenni come lui si è messo in testa un’idea meravigliosa, fare del posto in cui viveva – che era “straniero”, perché governato da stranieri – una nazione, uno Stato, una casa. La sua casa. E per questo non ha brontolato o fischiato durante un concerto o un evento mondano. Ma ha sacrificato la sua vita.

L’Italia non sarà un granché, ma è la nostra casa. E se è ridotta male, a nord come a sud, non è solo colpa degli “altri” (politici, giornali, dirigenti d’azienda o vicini di casa). E’ anche colpa nostra. Se la si vuole cambiare, cosa buona e giusta, non lo si fa certo prendendola a sputi in faccia.

E a questi imbecilli che sputano sul piatto (dove anch’essi mangiano, talvolta anche abbondantemente) con la scusa che tutto va male una sola cosa andrebbe detta: rimboccatevi le mani, e datevi da fare per il vostro Paese.

Oppure, andatevene affa.

Pubblicato (anche) su Giornalettismo

Annunci