A Perugia, la mia città, si sta svolgendo il festival del Giornalismo. Fioccano i dibattiti, le polemiche, gli interventi. L’informazione è un pilastro fondamentale della democrazia. Dare notizie tecnicamente “vere” però a volte non basta. Serve anche spiegare e approfondire. Un esempio?

L’Istat e l’Inps hanno diffuso i dati sulle erogazioni di pensioni nel 2010. La notizia che ha “bucato” i media è stata: in Italia quasi metà del 16,7 milioni di pensionati percepisce un assegno inferiore a 1.000 euro, e addirittura 2,4 milioni di pensionati percepiscono pensioni inferiori ai 500 euro. E giù articoli e commenti sulle “pensioni da fame” e sui pensionati italiani che sarebbero i più poveri d’Europa.

Viene omesso però un particolare non proprio insiginificante: in quei 16,7 milioni di pensionati non vi sono solo quelli che, dopo una lunga e dura vita lavorativa, sono andati in pensione. In quel dato sono comprese anche le pensioni di invalidità, le baby pensioni, le pensioni sociali (la cosiddetta minima), le pensioni di reversibilità, le pesnioni di “accompagnamento” e le pensioni di guerra. L’Istat, a scanso di equivoci, lo spiega chiaramente nel suo comunicato, fornendo pure i dati.

Sono tutte forme miste tra la “pensione” intesa nel senso classico e l’assistenza. Si tratta in genere di assegni modesti che, sommati alle pensioni “classiche” danno effettivamente il dato riportato con tanta enfasi dalla stampa. Considerando solo pensioni di vecchiaia e/o anzianità con molti anni di lavoro, il dato sarebbe diverso: non che i pensionati diventerebbero dei miliardari, ma niente che giustificherebbe i titoli e i commenti letti.

In questo caso è stata fatta informazione? Un argomento che sarebbe bello discutere, a Perugia.

Pubblicato (anche) su Giornalettismo

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