Un ragazzino di quarta elementare a Porto Garibaldi vorrebbe fare la prima comunione assieme ai suoi compagni di scuola. Ma, a meno di cambiamenti dell’ultima ora, non potrà farlo. Perché il parroco don Piergiorgio Zaghi non l’ha ammesso, nonostante le proteste di tutti i suoi compagni. Il motivo? Il ragazzino è “disabile”, precisamente incapace di intendere e di volere, anche di distinguere il “pane” dall’ “ostia”.

Ora, chi mastica la materia sa che la dottrina non prevede esclusione per i disabili mentali, anche perché per chi crede il sacramento dovrebbe essere legato ad uno “stato di grazia e purezza” e non ad un test psico-attitudinale. E poi, se le cose stanno come dice don Piergiorgio Zaghi, allora il battesimo non dovrebbe essere celebrato in età neonatale, ma quando il bambino “è in grado di comprenderne il significato”.

A parte queste disquisizioni, resta non solo l’intuibile trauma per il bambino escluso ma anche lo smarrimento dei suoi compagni, che non capiscono perché, da parte di chi rappresenta (forse non proprio degnamente) un tale che parlava di amore universale verso tutti gli esseri del creato, tutti “figli di dio” e via continuando, ci sia questo atteggiamento non di comunione – nel senso più profondo di questo termine – ma di vera – ed odiosa – esclusione.

Comunione sì. Ma non per tutti, evidentemente.

Pubblicato (anche) su Giornalettismo

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