Puntuale come la neve d’inverno e il caldo d’estate, è esplosa l’emergenza del finanziamento pubblico ai partiti e dell’uso “disinvolto” degli stessi dei soldi gentilmente loro elargiti dai contribuenti. C’è chi promette nuove regole, chi annuncia nuovi referendum, chi osserva che il problema è in generale l’invadenza dei partiti nella cosa pubblica.

Nessuno che rifletta su una semplice – ed amara, per noi – verità: i partiti esistono dappertutto, e sono in molti casi finanziati dai contribuenti, anche in modo generoso. Ma da nessuna parte accadono casi come quelli di Lusi, o di Belsito, o di altri in passato. Perché?

Forse, per la stessa ragione per la quale in Gran Bretagna, o in Germania, o in Francia o in USA (paesi con diversi sistemi istituzionali e regole diverse del finanziamento delle politica) un politico si dimette per aver “rubato” una videocassetta e da noi non solo non si dimette per aver rubato milioni ma parla di “complotti” della magistratura.

Forse perché in quei Paesi le nomine pubbliche (nelle società partecipate, nelle agenzie pubbliche, nelle Authority) si fanno scegliendo sempre persone capaci e meritevoli, mentre da noi si scelgono spesso analfabeti e ignoranti purché fedeli e pronti a “dare una mano” alla causa, e pazienza se poi si rubano qualcosa per loro.

Forse perché in quei Paesi un plurindagato per reati di corruzione e concussione non può neppure immaginare di candidarsi in Parlamento (e non perché c’è una legge che glielo vieta ma perché gli elettori lo prenderebbero a pomodorate), mentre da noi ci sono schiere di condannati o semi condannati che siedono in Parlamento e nessuno ci fa caso.

Non è tanto di regole nuove che l’Italia ha bisogno. Ma di diventare, finalmente, un Paese in cui nel comune sentire rispettare la legge non è da fessi, ma da onesti.

Pubblicato (anche) su Giornalettismo

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