L’Italia, lo sanno tutti, ha un problema di competitività. Che dipende, soprattutto, dalla mancata crescita della produttività. Molti pensano che sia “colpa” del mercato del lavoro italiano. Che dipenda dall’art.18. Siamo sicuri?

Le statistiche mostrano che la produttività del lavoro in Italia ha smesso di crescere quando le imprese hanno smesso di investire: la vita media del patrimonio tecnico è passata dai 10 anni del 1993 ai 17 del 2010, il tasso di ammortamento dal 6 per cento al 3,7 per cento del fatturato. Nonostante gli utili fioccassero: il ritorno sul capitale investito è passato da meno dieci a più 8 per cento. E il credito, fino al 2008, non mancava.

Se non s’investe, e si usano gli utili per comprare la barca o investire in finanza, è difficile crescere. E’ difficile investire nel capitale umano, stabilizzare i rapporti di lavoro, aumentare il contenuto tecnologico delle produzioni, far crescere l’occupazione. E, soprattutto, avere più occupati nella logistica, nel marketing, nelle reti di distribuzione e meno nei call center. E si resta un’azienda a conduzione familiare con tre dipendenti invece d’ingrandirsi, internazionalizzarsi, evolvere.

L’Italia, lo sanno tutti, ha un problema di competitività. C’è chi pensa che lo risolverà la modifica dell’articolo 18.

Non ci aspetta un bel futuro, anche se lo spread dovesse restare ai valori di oggi.

Pubblicato (anche) su Giornalettismo

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