Ma allora, siamo Tav o No Tav? Difficile dirlo, nel Paese dove tutto finisce in caciara, in una rissa ideologica: ridicolo pensare che essere pro Tav sia sinonimo di modernità. Assurdo pensare che una minoranza sia autorizzata a compiere impunemente (anzi, a essere incoraggiata) reiterati atti illegali per difendere la sua tesi. Così, tra pro Tav che esagerano sui benefici dell’opera, e No Tav che ne gonfiano i possibili costi o danni ambientali, è sempre più difficile orientarsi.

Allora, che fare? Non so se sia noto il paradosso di Paul Watzlawick, quello dello sceicco che disse al servo: “vuoi andare dalla Mecca a Medina in cammello o col cavallo?”, con il servo che rispose: ”Vorrei discutere se andare o no dalla Mecca a Medina!”

Eccolo, uno dei vizi più evidenti di oggi: non si discute mai del perché, di cosa vogliamo davvero per il nostro domani, ragionando razionalmente sui vantaggi e sugli svantaggi delle nostre scelte, dei nostri modelli di vita, e le possibili alternative. Il rischio è fare come Adolf Eichmann, uno degli inventori dei campi di sterminio, che al processo quando gli fu chiesto “Ma lei si sarà chiesto perché lo faceva?” rispose “No, ero concentrato solo sul come farlo”.

Nella questione Tav – No Tav ci sono un sacco di cose che non tornano. La più evidente, ed è sempre Paul Watzlawick a spiegarcelo, è che “la credenza che la realtà che ognuno vede sia l’unica realtà è la più pericolosa di tutte le illusioni”.

Pubblicato (anche) su Giornalettismo

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