Chissà com’è andata a L’Aquila, in questi giorni di neve. Dopo il terremoto, le promesse, le luci della ribalta televisiva, la sfilata dei grandi della terra, i giochi di prestigio. E poi il silenzio assordante. Purtroppo, siamo stati facili profeti. Eccola qui: a tre anni dal sisma, quello che avrebbe dovuto essere il più grande cantiere d’Europa è un sito semi abbandonato, puntellato, transennato e coperto dalla neve.

Molta gente vive ancora nelle C.A.S.E., nei MAP o in albergo, proprio come allora: secondo i dati del Piano per la ricostruzione de L’Aquila, presentato dal Comune solo pochi giorni fa, gli Aquilani alloggiati fuori dalle proprie abitazioni sono ancora 28 mila (prima del terremoto L’Aquila aveva poco più di 72 mila abitanti). E gli abruzzesi ancora fuori dalle loro case in tutta la zona sismica sono 34mila 670.

Il Piano stima che per ricostruire L’Aquila serviranno 5 miliari in tutto, 3 e mezzo per rifare il centro storico, 1 e mezzo per le 49 frazioni. Una cifra che in questi tempi di ristrettezze, di tagli, di sacrifici, dopo le magiche promesse da marinaio di Berlusconi, Bertolaso e Tremonti, fa tremare i polsi. Per fortuna che a Roma c’è il Parlamento; e i partiti, che sgomitano per la candidatura di Roma alle Olimpiadi del 2020 e sbraitano perché il governo dice no, perché abbiamo altri problemi.

A L’Aquila intanto fa freddo, e la neve che fatica a sciogliersi imbianca i ponteggi e le transenne.

Pubblicato (anche) su Giornalettismo

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