7 febbraio 1942, settant’anni fa. C’è la guerra e il futuro è pieno di dense nubi nere. Ma oggi il sole splende sul lungomare di Sanremo. Dorando sorride guardando verso il mare. Improvvisa, una strana fitta al petto. Come quel caldo giorno di luglio a Londra, tanti anni fa, alla fine della lunga corsa di 42 chilometri verso il traguardo, verso quello stadio pieno che urla il suo nome. Un traguardo che sembra sempre più lontano, proprio come quel gabbiano che vola sulla sua testa verso l’azzurro infinito del mare.

La vista che s’annebbia, proprio come allora. La testa gira, proprio come allora. Ora, il rumore delle onde del mare, allora quel traguardo che infine arriva. Il trionfo e la gloria del povero garzone italiano, un sogno infranto da giudici senza cuore che danno la medaglia d’oro a quell’altro, l’americano arrogante Johnny Hayes.

Dorando è disteso a terra, proprio come allora. Un guscio vuoto, un sogno svanito anche se tutti si ricorderanno di lui. Anche adesso che il dolore scompare, come la tristezza di quella calda Londra di tanti anni fa. Dorando, il piccolo italiano che sfidò il mondo e perse tutto a pochi metri dal traguardo, muore guardando verso il mare.

Oggi, c’è la crisi e il futuro è pieno di dense nubi nere. A Sanremo fa freddo, il mare è un arco teso verso l’azzurro infinito. L’Italia, un paese di tanti Dorando Pietri, che corrono verso il traguardo faticando e sbuffando, con il petto che duole e la testa che gira. Sconfitti, certo, ma mai vinti. Nonostante i tanti, troppi, senza cuore che ti sbattono in faccia la loro arroganza ridendo beffardi, mentre il traguardo che sembra sempre più lontano.

Dalle nuvole, Dorando sorride. Forse l’Italia non vincerà la medaglia d’oro, ma può farcela. Ancora.

Pubblicato (anche) su Giornalettismo

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