Una storia a lieto fine, quella del capitano del Parma Morrone, che ha lasciato precipitosamente domenica lo stadio di Bologna, dove si stava svolgendo una partita del campionato di serie A, per correre all’ospedale di Parma, dove suo figlio di 6 mesi era ricoverato per gravi problemi respiratori.

Il piccolo ora sta bene, per fortuna. E i media hanno largamente lodato il gesto della dirigenza parmense, dell’allenatore Roberto Donadoni, dell’arbitro Bergonzi, che hanno avvisato il giocatore e gli hanno “permesso” di abbandonare la partita – sostituito da un collega – e di correre all’ospedale. Titoli che hanno esaltato il fatto che stavolta “lo show si è fermato”, o che esiste un “lato umano del calcio”.

Una storia a lieto fine, dove – come spesso accade di leggere in questi ultimi tempi – quello che sembra solo un normalissimo comportamento “umano” – come consentire ad un padre al lavoro di correre al capezzale di suo figlio in pericolo di vita – diviene un gesto mirabile, una vicenda edificante un esempio da imitare.

Siamo talmente abituati alla disumanità del mondo, che un semplicissimo gesto umano ci fa commuovere. Non dobbiamo esser messi tanto bene.

Pubblicato (anche) su Giornalettismo

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