Miki ha 4 anni e vive in un paese dell’Ohio. Ogni mattina, alle 4,30 sua nonna – che inizia il suo turno da Burger King – la sveglia e la porta all’asilo dove finisce il suo sonno. Jane ha 5 anni, vive in Columbia. Lascia l’asilo alle 1,30, quando sua madre che smonta dopo aver fatto le pulizie la riprende e se la porta a casa.

Succede. Nel mondo sempre aperto, 24 ore su 24, dove supermercati, drugstore, studi medici non chiudono mai, e il mondo assomiglia ad un immenso paese dei balocchi dove puoi sempre mangiare, guardare un film, comprare bricolage, farti visitare da un medico, i bambini sono un po’ intrusi, con il loro curioso vizio di dormire di notte, mangiare di giorno, giocare, fare i compiti.

Intrusi, e anche un po’ ingombranti. Nessuno di loro ha chiesto niente, ma a loro si chiede davvero molto. Imparare il mestiere di vivere, sin da piccoli. Capire che il mondo non è fatto per vivere, ma per lavorare, produrre, consumare. E chissenefrega se mamma e papà non ti danno la buonanotte, se il sonno s’interrompe al ritmo del turno di lavoro. La notte è un invenzione dei vecchi, un inutile spreco di tempo.

Miki gurada l’alba del nuovo mondo che, come ogni giorno, è sorta. Jane è sveglia nel letto, la notte è un velo nero che stringe. Fa male, ma che importa. L’importante è consumare.

Pubblicato (anche) su Giornalettismo

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