Chissà come sarà l’Italia di domani. Tra dieci, venti, trenta, quaranta, cinquant’anni. Forse più povera, o più infelice. O forse no. Chissà se si conteranno ancora le onde del mare. Se si scruterà il cielo quando le nubi s’addensano all’orizzonte per la paura – o la speranza – della pioggia.

Chissà, magari sarà tutto digitale, ipertecnologico: fare la spesa, andare in vacanza, forse anche fare l’amore (quello speriamo di no). I figli faranno ancora arrabbiare i genitori, i mariti le mogli. O forse sarà tutto perfettamente regolato dai computer, anche le liti familiari.

Non si sa, e proprio questo è il bello. Ma una cosa la sappiamo. Sarà un’Italia molto più anziana, con meno gente in età da lavoro, e soprattutto molto più multirazziale. Nel 2065, secondo l’Istat, gli “stranieri” residenti saranno più di 14 milioni, forse addirittura 15 (oggi sono poco più di 4,6 milioni). In pratica, un residente ogni cinque.

Forse, per allora, i diversamente intelligenti – che hanno anche governato, fino a poche settimane fa, questo Paese – si saranno dati pace, e guarderanno i loro concittadini con la pelle più scura, o con gli occhi più a mandorla, non come nemici da abbattere ma semplicemente ciò che sono: le meravigliose variegate declinazioni di quella meraviglia del mondo che è la specie umana. Anche con i problemi d’integrazione, che pure possono esserci.

Sarebbe bello poterla vedere, quest’Italia multicolore di domani.

Pubblicato anche su Giornalettismo

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